Quando un luogo ti ricorda momenti dell’infanzia o un passato vissuto, la fotografia diventa quasi un atto intimo

Paolo Orsini • 10 giugno 2026

Nostalgia e memoria personale nel tentativo di trattenere ciò che non esiste più per trasformare la perdita in qualcosa di visibile.

In un luogo in rovina il tempo lascia i suoi segni, lo scorrere del tempo si concretizza in tracce ben visibili: crepe, ruggine, polvere diventano simboli del passare degli anni.

Ogni dettaglio racconta una storia, anche se non la conosci tutta, fai tesoro alla tua memoria, se l’hai vissuto quando non era degradato. Fotografarlo significa fermare questo processo di decomposizione, catturare un momento vivo nel declino.

È come se la foto dicesse: “c’era vita qui, e in un certo senso c’è ancora.”

Il degrado enfatizza la bellezza nell’imperfezione, perché c’è una forma di estetica molto potente nel decadimento: contrasti tra ciò che era ordinato e ciò che ora è caotico; luce che filtra da finestre rotte, ma soprattutto la natura che si riprende gli spazi prima occupati dall’uomo.

È una bellezza meno “perfetta”, ma più vera, fragile e poetica.

Un sito abbandonato stimola la mente, smuove l’immaginazione, porta a farti domande, creativamente produttive, sul luogo adesso silenzioso e immobile: chi c’era qui? Cosa è successo? Perché è finito così?

La fotografia diventa anche narrazione: non mostri solo ciò che è,

ma suggerisci ciò che è stato.

C’è inevitabilmente una componente emotiva forte: la consapevolezza che tutto cambia, tutto finisce. Il confronto con il passato idealizzato se affrontato con l’approccio positivo non è malinconia, non è tristezza: è consapevolezza e profondità di pensiero.

Fotografare luoghi in rovina non è un esercizio di estetica fine a sé stesso: è un modo per riconnettersi con il tempo, con i ricordi e con la fragilità delle cose. Ho cercato di rendere palesi queste forti emozioni partendo da un'immagine di una pista di un ippodromo del trotto un tempo in piena attività e adesso invasa dalle erbacce e dai rifiuti.

Ho cercato di mettere in evidenza il contrasto tra la vita di un tempo e l’abbandono di oggi. Non mi sono limitato a mostrare il degrado, ho provato a far emergere il passato sotto la superficie, inquadrando elementi che “tradiscono” la funzione originaria come linee della pista, pali di illuminazione, tribune, recinzioni, tettoie, scuderie e paddock.

Rifiuti, crepe, lamiere arrugginite, vetri rotti, intonaco scrostato, li ho messi in contrasto con le erbacce, gli alberi, gli arbusti che invadono tutto, la natura che torna protagonista. L’emozione nasce forte dalla consapevolezza che guardando queste immagini una volta qui correvano cavalli, oggi solo il gracchiare di qualche cornacchia.

Le erbacce non sono solo “disordine”:

sono il segno che la natura ha vinto sul passato umano.

Come sono riuscito a entrare nel sito abbandonato, prima ancora di alzare la fotocamera e inquadrare, mi sono tornati alla mente rumori e odori di quel tempo, fermati nella memoria: il rumore degli zoccoli dei cavalli sulla pista, l’energia del pubblico sulle gradinate, e tante altre associazioni sensoriali che ho cercato di descrivere nel mio racconto.

Grazie agli elementi evocativo del passato, sono stato percorso dall’emozione della narrazione, realizzata con immagini e parole, in una continua tensione e sintesi tra quello che era e quello che resta dell’ippodromo del trotto.

L'ippodromo delle Mulina fu inaugurato nel 1891 nel cuore del Parco delle Cascine. Tempio storico del trotto fiorentino, ha ospitato per oltre un secolo gare di prestigio prima di chiudere definitivamente nel 2012 e cadere in un lungo stato di abbandono.

L'impianto delle Mulina è stato, concepito fin da subito dalla Società Fiorentina come il primo ippodromo stabile dedicato esclusivamente al trotto. La sua pista era considerata un gioiello ingegneristico, progettata con le stesse regole fisiche usate per le curve ferroviarie, così da permettere ai cavalli di mantenere velocità elevate anche in curva.

Sotto la guida di Giuseppe Camarrone, l'impianto visse il suo periodo di massimo splendore a partire dal 1939, quando venne istituito il Gran Premio Firenze. Le Mulina sono diventate una vera e propria istituzione toscana, teatro di eventi come il Gran Premio Etruria (1946), il Premio Cupolone, il Premio Ponte Vecchio, il Premio Duomo, che hanno segnato la storia dell'ippica italiana e internazionale, richiamando un grande pubblico di appassionati.

Dopo la chiusura nel giugno del 2012, l'area è stata affidata alla società Pegaso per un ambizioso progetto di riqualificazione. Tuttavia, il piano non si è concretizzato: l'impianto è stato vittima di un progressivo degrado e occupazioni. 

A seguito di un lungo contenzioso legale, il TAR ha definitivamente respinto i ricorsi della Pegaso, sancendo la decadenza della concessione. Il Comune di Firenze è tornato in pieno possesso dell'area, avviando il recupero per scrivere un nuovo capitolo per questo storico sito cittadino.

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