La morte a Venezia: un romanzo breve e un film da rileggere e rivedere.
Sia l’opera letteraria di Thomas Mann che il film di Luchino Visconti
hanno fatto molto discutere ma sono da rileggere e rivedere.

Gustav von Aschenbach, musicista tedesco di mezza età in grave crisi spirituale, si reca in vacanza a Venezia al sontuoso Hotel des Bains del Lido dove fa conoscenza con una numerosa famiglia aristocratica polacca e rimane fortemente colpito dalla presenza dell'efebico figlio maschio, un adolescente di nome Tadzio, nel quale Aschenbach sembra trovare quell'ideale estetico che ha tenacemente perseguito per tutta la vita.

Il turbamento sempre più incontrollato che prova per il giovinetto gli impedisce di partirsene dalla città, minacciata da un'epidemia di colera che le autorità cittadine tentano con ogni mezzo di tener nascosta per non compromettere la stagione turistica. Aschenbach morirà solitario, su una sedia a sdraio davanti al mare, dopo aver salutato con lo sguardo per l'ultima volta l'inquietante Tadzio.
Ciò che rende questa novella un capolavoro è la sua straordinaria ricchezza simbolica. La storia non è soltanto il racconto della fascinazione di Aschenbach per la bellezza del giovane Tadzio, ma un'indagine sul conflitto tra ragione e istinto, disciplina e desiderio, arte e vita. Mann mette in scena il crollo progressivo di un uomo che aveva fondato la propria esistenza sull'autocontrollo e sulla ricerca della perfezione.

L'ambientazione veneziana, sia nel libro che nel film, svolge un ruolo essenziale. Venezia appare splendida e decadente allo stesso tempo: una città affascinante, sospesa tra bellezza e decomposizione, che riflette perfettamente il destino del protagonista. La diffusione del colera diventa una potente metafora della corruzione morale e spirituale che avanza dentro Aschenbach.
Lo stile di Mann è raffinato, elegante e ricco di riferimenti filosofici e mitologici. La lettura richiede attenzione, ma ricompensa il lettore con profonde riflessioni sull'arte, sulla bellezza e sulla fragilità della condizione umana. La cifra stilistica di Mann non poteva che essere un potente stimolo per la creatività di un regista, maestro della raffinatezza, come Luchino Visconti.

La morte a Venezia è una lettura intensa e suggestiva, più vicina a una riflessione psicologica e filosofica che a un romanzo d'azione. La sua forza risiede nella capacità di rappresentare il contrasto tra l'aspirazione all'ideale e le passioni che abitano ogni essere umano. Un classico del Novecento che continua a parlare al lettore contemporaneo per la profondità dei suoi temi e per la straordinaria bellezza della scrittura.

Mettendo per un istante da parte la densità dei riferimenti intellettuali, che dialogano dall’interno sia con la maestosa filmografia viscontiana sia con la cultura europea ottocentesca, si vuole cominciare con il sottolineare una tonalità emotiva che rende monoliticamente inscalfibile il film, anche a distanza di quasi mezzo secolo: la dolcezza struggente con cui Visconti ci porta negli occhi e nell’animo di Gustav von Aschenbach (l’inimitabile Dirk Bogarde), rendendo la sua morte un evento che va al di là di qualsivoglia riflessione sulla Germania, sull’arte, sulla repressione o l’impotenza.

Quando, in uno dei finali più dolorosi della storia del cinema, Gustav muore, piccolo, rattrappito e tragicamente ridicolo con quel rivolo di tinta per i capelli che – al posto del sangue – gli cola sulla faccia, guardando il giovane Tadzio (Björn Andrésen) avvolto dal luccichio del sole riflesso sul mare, ogni spettatore può avvertire un disagio, per una delle rappresentazioni più dolenti sulla caducità dell’uomo, per la ferocia della difficile parzialità che chiamiamo esistenza.
Morte a Venezia è un film perfettamente esplicito, indubitabile, assertivo. La prima parte del film è costruita su panoramiche e zoom, preceduti spesso da campi lunghi, e lo sguardo dello spettatore è totalmente governato da Visconti con una regia esibita che ci conduce dove lui desidera. Lo stratagemma di inserire flashback e personaggi, come quello di Alfred, assenti nel racconto di Mann, sono la conferma della volontà di far percepire in maniera più sentimentale quello che in Mann resta prevalentemente intellettuale: del resto il più rilevante cambiamento apportato dalla sceneggiatura è quello di trasformare Gustav da scrittore a musicista, fautore di un’arte che traduce l’emozione e il pensiero in un linguaggio né verbale né figurativo (sebbene Mahler sia stato proprio una delle fonti di ispirazione di Mann nel mettere a punto il personaggio di Gustav, che non casualmente porta il suo nome).

Eppure Gustav von Aschenbach non è solo un uomo e sarebbe addirittura riduttivo (incredibilmente) non considerare che Morte a Venezia vive all’interno della trilogia di Visconti dedicata alla Germania e che anche in questo contesto, perciò, si deve leggere. La cosiddetta "Trilogia tedesca" comprende i seguenti tre celebri film: La caduta degli dei (1969), Morte a Venezia (1971) e Ludwig (1973), capolavori che affrontano, attraverso differenti prospettive, la storia, l'anima, le contraddizioni e la decadenza della Germania, partendo dagli anni dell'ascesa al potere del nazismo fino ad arrivare al dramma dell'isolamento e della follia del re bavarese Ludwig.
Una trilogia mortifera, in cui il principe Ludovico II di Baviera così come la famiglia von Essenbeck vengono fagocitati e distrutti perché riflettono il mondo attraverso un antico immaginario germanico di rappresentazione e potere, quando non addirittura attraverso la mitologia medievale come nel caso del principe che foraggiò Wagner. Ne La caduta degli dèi e in Ludwig i personaggi sono per questo già storicamente morti (come il loro Paese) e già morto dall’inizio è ovviamente ed esplicitamente anche Gustav von Aschenbach. Ma tra le peculiarità – su tutte l’essenzialità – che distinguono molto Morte a Venezia rispetto alle altre due opere c’è quella di non essere ambientato in Germania.

Tornando al romanzo breve di Thomas Mann, vediamo che I temi principali de La morte a Venezia sono molteplici e si intrecciano tra loro in modo complesso. Innanzitutto, il conflitto tra ragione e desiderio: Gustav von Aschenbach è un uomo che ha sempre vissuto secondo disciplina, autocontrollo e rigore artistico. Durante il soggiorno a Venezia, però, viene progressivamente sopraffatto da impulsi e passioni che non riesce più a governare. Il romanzo mostra lo scontro tra l'ordine della ragione e la forza irrazionale del desiderio.

Tutte le pagine del libro sono impregnate del senso di decadenza che è presente sia nel protagonista sia nell'ambiente che lo circonda. Venezia appare splendida ma fragile, minacciata dall'epidemia di colera; allo stesso modo Aschenbach vive un progressivo declino fisico e morale.

Thomas Mann riflette sul rapporto tra arte e vita, sulla figura dell'artista e soprattutto sul prezzo che egli paga per la sua dedizione all'arte. Aschenbach ha sacrificato gran parte della sua vita alle esigenze della creazione artistica, ma scopre che la vita autentica è fatta anche di emozioni, passioni e contraddizioni.

Ma il tema che è alla base del romanzo, come del resto anche del film, è la morte, presente fin dal titolo delle due opere, e accompagna tutta la vicenda. Non è soltanto un evento finale, ma una presenza costante che si manifesta attraverso l'atmosfera della città, l'epidemia e il progressivo annientamento del protagonista.

In Thomas Mann emerge anche un altro tema, la crisi dell'uomo moderno: Attraverso Aschenbach, Mann rappresenta la crisi dei valori tradizionali della società borghese europea e il senso di smarrimento dell'individuo moderno, incapace di conciliare ordine morale e pulsioni interiori. In Visconti invece questa crisi di valori non è individuale, ma grava su tutto il popolo tedesco.

Tadzio è uno dei personaggi più enigmatici e simbolici di La morte a Venezia, sia del libro che del film. Più che un personaggio psicologicamente sviluppato, è una figura ideale sulla quale Aschenbach proietta i propri desideri, le proprie aspirazioni artistiche e la propria ricerca della perfezione. Agli occhi di Aschenbach, Tadzio incarna la bellezza classica, quasi divina. Lo scrittore lo paragona implicitamente agli ideali estetici dell'antica Grecia e vede in lui la perfezione che ha sempre cercato attraverso l'arte.

Tadzio rappresenta anche l'ideale artistico: la bellezza pura che affascina l'artista e lo spinge a creare. Tuttavia, Mann mostra come la ricerca ossessiva di questo ideale possa condurre non all'elevazione spirituale, ma alla perdita dell'equilibrio e dell'autocontrollo. Nel romanzo, Aschenbach è l'uomo della disciplina e della ragione; Tadzio diventa invece il simbolo di ciò che sfugge al controllo: il desiderio, la passione e le forze inconsce che il protagonista aveva represso per tutta la vita.

Poiché la contemplazione di Tadzio spinge Aschenbach a rimanere a Venezia nonostante il pericolo dell'epidemia e il suo declino fisico, il ragazzo assume anche un significato simbolico legato al destino finale del protagonista. Nell'ultima scena, Tadzio appare quasi come una figura che guida Aschenbach verso l'orizzonte e verso la morte. Questa è una delle interpretazioni più diffuse dell'opera letteraria.

Bjorn Andresen, l’attore e cantante svedese diventato un’icona di bellezza e malinconia grazie al ruolo di Tadzio in Morte a Venezia, è morto il 25 ottobre 2025 all’età di 70 anni. Aveva appena quindici anni quando il regista italiano lo scelse per interpretare il giovane che ammalia il protagonista Gustav von Aschenbach, regalando al cinema una delle immagini più potenti e simboliche del Novecento. Fu lo stesso Visconti a definirlo "il ragazzo più bello del XX secolo", un appellativo che lo rese celebre in tutto il mondo ma che finì anche per pesargli come un marchio, condizionando la sua vita e la sua carriera.











