Le NOTTI BIANCHE di Fëdor Dostoevskij e di Luchino Visconti
Alienazione individuale, coscienza e autoinganno: i temi più esplorati da Fëdor Dostoevskij e da Luchino Visconti.

La storia di Dostoevskij è ambientata a San Pietroburgo durante le cosiddette notti bianche, quando il sole tramonta appena e la notte rimane luminosa a lungo. Il protagonista è un giovane solitario e sognatore, senza nome, che vive quasi isolato dalla realtà. Una notte incontra Nasten’ka, una ragazza triste e indifesa, e tra i due nasce rapidamente un legame profondo. Per quattro notti consecutive si confidano: lui le racconta la sua vita fatta di sogni e solitudine; lei gli confida di essere innamorata di un altro uomo, che ha promesso di tornare. Il protagonista si innamora perdutamente di Nasten’ka, sperando che lei possa ricambiare. Per un momento sembra possibile… ma il ritorno dell’uomo che lei attende cambia tutto.

Luchino Visconti invece ambienta le sue “Notti bianche” in una Livorno interamente ricostruita a Cinecittà in modo da poter raffigurare al meglio lo sbandamento onirico del sogno/desiderio del protagonista, un Marcello Mastroianni particolarmente adatto a questo ruolo. L’opera sia allora, sia oggi, è classificata “minore” all’interno della filmografia viscontiana, e che invece osava con coraggio proporre un’alternativa alla produzione dominante, che si lasciava dominare dal realismo.

Perché nonostante l’ambientazione livornese, questo adattamento dell’opera di Fëdor Dostoevskij non ha in sé nulla di reale. Tutto, a partire proprio dal set, è interamente ricostruito, come se la verità non fosse possibile pretenderla dal sogno, che tutto muove e tutto ricostruisce. Così i ponti tipici della città toscana vengono adattati come quelli che congiungono i calli veneziani, le strade tutte più anguste, come quelle che nei sogni, dove gli spazi non sono costretti a seguire la rigida regola del vero.

Il produttore Franco Cristaldi ci tenne a sottolineare in più occasioni come si fosse tentata un’impresa quasi titanica per il cinema italiano: ricostruire in studio un’intera città, per di più una città non particolarmente conosciuta attraverso l’immaginario (eccezion fatta per il porto e la terrazza Mascagni). Operazione necessaria fortemente voluta dal regista, proprio per abbandonare il terreno del realismo e percorrere quello impalpabile del sogno. Un progetto tipicamente viscontiano, che in questo caso però si allarga alla riflessione sull’onirismo, sulla perdita di cognizione di spazio e tempo quando si vaga nella bruma della propria mente.

Memoria del desiderio, memoria di un passato che si perde tra le nebbie dei canali. Vita e sogno. Desiderio e solitudine. Vecchio e nuovo. Passato e presente. Visconti interpreta il testo di Dostoevskij come un accumulo di antitesi, e come tale lo mette in scena: dopotutto il vero e il desiderato – o ricordato – non hanno possibilità di entrare in dialettica tra loro, e dopotutto anche i rispettivi desideri di Natalia e Mario non sono davvero compatibili. Si sfiorano, ma non possono mai realmente incontrarsi su un piano concreto.

Molti temi sono comuni sia a Dostoevskij che a Visconti, primo fra tutti la solitudine: il protagonista vive ai margini della società, rifugiandosi nei sogni. Il contrasto tra fantasia e vita concreta è centrale: i sogni danno conforto, ma illudono. Così come l’amore non corrisposto, è sì una forma di amore puro ma è doloroso e soptarutto porta a una felicità effimera, al punto che anche un attimo di gioia può avere un valore enorme. Questo in fatti è il significato del racconto di Dostoevskij che esprime una visione dolceamara della vita: anche un breve momento di felicità può giustificare tutta un’esistenza. Il protagonista, pur soffrendo, riconosce il valore dell’esperienza vissuta con Nasten’ka.
«Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni».
Le differenze tra Dostoevskij e Visconti appaiono evidenti sulla costruzione del personaggio protagonista, figura chiave nella prima fase di Dostoevskij: il sognatore, che vive isolato, quasi invisibile nella società, che ha relazioni immaginarie più che reali, che trasforma la realtà in fantasia per sopravvivere emotivamente. Non è solo timido o introverso: è incapace di agire nella vita concreta. Per Dostoevskij il sognatore incarna l’intellettuale alienato, il suo problema non è la sofferenza, ma l’incapacità di vivere veramente.

Visconti invece elimina dal personaggio principale qualsiasi caratteristica eroica, o epica: Mario un modesto impiegato, non ha nulla dell’indole intellettuale del protagonista del romanzo. Mario è perfino orgoglioso del suo lavoro, va fiero del modo in cui è inquadrato dal suo padrone. Non è un personaggio perduto, eppur si perde. Perde la sua concretezza credibile nei vicoli addensati di nebbia, in quella notte che è sogno e desiderio: perché Mario desidera fisicamente Natalia, ma è soprattutto attratto dal di lei sogno, dalla speranza che la avvince al vero nonostante chiunque la ritenga impossibile (potrà mai tornare da lei lo “Straniero”?). Nel conflitto tra il desiderio di Mario e il sogno di Natalia vive l’anima più mélo de Le notti bianche, film con cui Visconti sembra voltare le spalle all’ipotesi di “neorealismo”

In Dostoevskij, il personaggio femminile Nasten’ka è il contrappunto del protagonista, rappresenta la forza della concretezza che si oppone all’effimero dell’illusione. Nasten’ka è più concreta, anche se ingenua, Vive nel presente, non nei sogni, ama davvero un’altra persona, non idealizza. Anche in Visconti Natalia vive un amore concreto, fedele, radicato nella realtà, meno romantico, più autentico.

In Dostoevskij il finale sembra malinconico, ma è più complesso. Apparentemente il protagonista perde Nasten’ka e torna alla solitudine, ma invece realtà ha vissuto qualcosa di autentico, ha “assaggiato” la vita vera, non è distrutto: è consapevole, una postura finale di quasi una gratitudine dolorosa. Con questo finale Dostoevskij pone una domanda esistenziale: è meglio vivere nei sogni o soffrire nella realtà? La risposta implicita è: il sogno consola, ma solo la realtà dà senso.

Nel film di Visconti c’è finale lirico e doloroso, seppur virato verso timbriche che nulla hanno della tragedia, ma semmai raccontano il risveglio dal sonno, e dunque dal deliquio onirico: Mario, dopo che Natalia ha realizzato il suo sogno, ritrovando l’amore che aspettava da un anno, si allontana insieme a un cane. L’amore del sognatore è intenso, poetico, assoluto, ma tutto costruito mentalmente, egoistico, cioè legato al proprio bisogno).
Il tema centrale sia del racconto di Dostoevskij che del film di Visconti è la contrapposizione tra sogno e realtà. Il sogno protegge dalla solitudine, crea significato all’esistenza, ma è una fuga dalla realtà che, anche se è dolorosa, è necessaria, è l’unico luogo dove si vive davvero. Il protagonista del libro e del film, siccome rimane sospeso tra i due mondi, alla fine perde.









