Non sono mai stato un pittore che attende in silenzio e con stupore ciò che accade
Un'ampia retrospettiva che attraversa oltre sessant'anni
di attività dell'artista tedesco Georg Baselitz
La mostra monografica al Museo Novecento di Firenze evidenzia l'importanza del segno e della grafica nel percorso artistico di Georg Baselitz, con una vasta selezione di circa 170 opere, tra linoleografie, xilografie e incisioni su rame, esplorando la figura umana con uno stile del tutto personale.

Per la prima volta in Italia, distribuita sui tre piani del Museo Novecento, la mostra presenta opere selezionate secondo una varietà di temi che esplorano l’idea dell’artista tedesco di arte come processo, trasformazione e gesto sovversivo, lontano da ogni forma di armonia rassicurante.

Figura pionieristica e anticonformista del secondo dopoguerra, l’artista ha promosso un rinnovamento radicale del linguaggio artistico, mettendo in crisi l’ordine accademico e rifiutando ogni modello precostituito. Celebre il suo rovesciamento delle immagini, atto simbolico e concettuale che destabilizza la visione e costringe lo spettatore a riconsiderare ciò che sta osservando.

Nato nel 1938 a Deutschbaselitz in Sassonia, trascorre l’infanzia in una Germania segnata dalle rovine della guerra e da profonde lacerazioni politiche e morali. Questo scenario storico lascia un’impronta profonda sulla sua arte, alimentando una prospettiva inquieta e critica verso la storia, l’identità e le immagini della tradizione.

Rifiuta l’adesione a movimenti, gruppi o correnti, preferendo una posizione autonoma rispetto alle tendenze dominanti dell’arte contemporanea. In un momento dove la pittura astratta sembrava prevalere su quella figurativa, Baselitz sviluppa un linguaggio figurativo marcatamente destabilizzante.


La grafica non rappresenta un ambito secondario rispetto alla pittura o alla scultura, ma un luogo autonomo di sperimentazione per ridefinire le proprie immagini e i propri temi. Le prime sperimentazioni incisorie risalgono al 1964, quando Baselitz lavorò nel laboratorio di stampa del castello di Wolfsburg in Bassa Sassonia, esperienza che segnò l’inizio di un interesse destinato a diventare una componente permanente della sua pratica.
Il capovolgimento delle figure a partire dal 1969 diventa un principio strutturale del suo lavoro. Presentando la figura “sottosopra”, l’artista tedesco elimina dalla connotazione del soggetto la funzione descrittiva immediatamente leggibile, obbligando lo spettatore a porsi di fronte all’opera in modo diverso e più consapevole.
Il gesto pittorico, la relazione tra colore e superficie, la struttura compositiva e la tensione tra figura e spazio emergono con maggiore evidenza grazie al rovesciamento, che non è un semplice espediente provocatorio, ma un dispositivo concettuale attraverso il quale mette in discussione le convenzioni percettive e culturali della rappresentazione.
Per la prima volta, il Museo Novecento dedica quasi tutti gli ambienti delle ex-Leopoldine a un’unica grande mostra monografica: il percorso espositivo si sviluppa sui tre piani del museo, attraversando diverse fasi della produzione dell’artista e restituendo una visione ampia della sua ricerca, oltre alla pluralità delle tecniche che la caratterizzano.
La mostra mette inoltre in luce il legame profondo tra l’artista e Firenze, città che ha avuto un ruolo decisivo nella sua formazione. Baselitz soggiorna a Firenze per circa sei mesi nel 1965, entrando in contatto con l’arte anticlassica ed espressionista del Cinquecento italiano, in particolare con Rosso Fiorentino, Domenico Beccafumi e Jacopo da Pontormo.
Nella parte iniziale della mostra si entra in contatto con il mondo figurativo di Baselitz grazie a una serie di grandi linoleografie in cui compaiono alcuni dei motivi più ricorrenti della sua iconografia: il corpo umano isolato o in coppia, figure frammentate e soggetti legati alla dimensione dell’eros, con un marcato uso del nero.

Durante gli anni Ottanta, Georg Baselitz affianca la scultura alla pittura e alla grafica, esplorando un ulteriore campo di sperimentazione all’interno della sua pratica artistica, scoprendo un mezzo particolarmente diretto, meno mediato dall’ “artificio” della pittura e quindi più vicino alla dimensione fisica e concreta della materia.
A partire dagli inizi degli anni Duemila, Baselitz trasforma le sculture lignee in bronzo, per avere modo di rappresentare fedelmente sia le venature che le tracce della lavorazione. Alla policromia iniziale subentra una patinatura nera uniforme che accentua la compattezza e la forza plastica delle figure.
Le sale del primo piano del museo ospitano una selezione di xilografie e linoleografie di diversi formati, affiancate da alcuni dipinti che permettono di cogliere le relazioni tra i diversi linguaggi utilizzati dall’artista.
Un intero ambiente è dedicato alla serie dei cosiddetti Remix, avviata a partire dal 2005, in cui l’artista torna a confrontarsi con alcune delle proprie opere storiche, reinterpretandole con uno stile spesso più libero, sintetico e immediato.
Questo processo di revisione e rielaborazione testimonia il rapporto complesso che l’artista intrattiene con la propria storia visiva, concepita non come un archivio statico ma come un repertorio di immagini continuamente aperto a nuove trasformazioni.

La galleria al secondo piano del museo presenta infine una selezione di opere legate alla produzione grafica più recente, tra cui alcuni lavori realizzati nel 2025 e esposti per la prima volta in questa esposizione.


Altri motivi ricorrenti presenti nelle opere esposte includono il frammento di gambe tratto dal ciclo Spaziergang ohne Stock (2004), che nelle opere più recenti assume un valore autobiografico e si trasforma in una sorta di autoritratto simbolico, e l’immagine dell’aquila, animale araldico della tradizione tedesca, rappresentato da Baselitz come in caduta anziché trionfante, è al tempo stesso l’animale nella sua forza naturale.
Questa scelta riflette la posizione critica dell’artista nei confronti della storia e dell’identità nazionale tedesca, affrontata spesso attraverso immagini volutamente ambigue o destabilizzanti. In alcune serie emergono inoltre elementi autobiografici più intimi, come i numerosi ritratti della moglie Elke, figura centrale nella vita e nell’opera dell’artista, indagata nel corso degli anni attraverso profili, nudi e figure che ne seguono il passare del tempo.
La mostra offre dunque la più ampia panoramica della ricerca di Georg Baselitz e della sua straordinaria capacità di reinventare continuamente il linguaggio della figurazione, non limitandosi a ripercorrere le tappe principali della sua carriera, ma mettendo in evidenza il carattere profondamente sperimentale del suo lavoro, come pittura, grafica e scultura costituiscano tre dimensioni strettamente intrecciate di una stessa indagine sulla natura dell’immagine e sui suoi limiti.
In questo senso il progetto espositivo del Museo Novecento restituisce al pubblico una visione complessa e articolata di uno degli artisti più influenti del nostro tempo, il cui lavoro continua ancora oggi a interrogare in modo radicale il rapporto tra arte, storia e memoria.










