Il Museo Novecento di Firenze confronta la fotografia di ROBERT MAPPLETHORPE con quella di Wilhelm Von Gloeden e alcune immagini dei Fratelli Alinari.

Paolo Orsini • 24 febbraio 2024

Non mi piace la parola “scioccante”.

Io cerco l’inaspettato (Robert Mapplethorpe).

Il Museo Novecento rende omaggio a uno dei più grandi esponenti della fotografia del Novecento tramite un raffronto inedito con gli scatti di Wilhelm Von Gloeden e alcune immagini dei Fratelli Alinari. Confronto che approfondisce alcuni temi comuni come spunti di riflessioni per vedere come cambiano i riferimenti artistici e morali dell’arte fotografica nel tempo.

Nei diversi autoritratti dei due artisti, presenti all’inizio della mostra, vi sono delle pose emblematiche. Mapplethorpe si autoritrae come Lucifero/Dioniso, l’angelo ribelle e il dio della metamorfosi, della tragedia. L’altro si autorappresenta ricalcando l’autoritratto cristico di Dürer o in altri casi come un profeta.

Robert Mapplethorpe nasce a New York nel 1946. Sembra che volesse diventare un musicista, ma decide di studiare pittura al Pratt Institute di Brooklyn. Nel 1968 conosce la cantante rock Patty Smith con la quale si trasferisce nel 1970 nel Chelsea di Manhattan, leggendario hotel nel quale hanno soggiornato per lunghi periodi cantanti, scrittori e artisti di fama mondiale. Influenzato dall’amico John McEndry, curatore della sezione di fotografia del Metropolitan of Art Museum di New York, comincia a interessarsi a questa forma di comunicazione e a collezionare vecchie fotografie. Inizialmente esegue montaggi con materiale fotografico vario, poi dal 1972 inizia a fotografare con una Polaroid.

I temi che predilige sin dagli inizi sono quelli che lo renderanno celebre in tutto il mondo: ritratti e nudi classici e fiori, tutti raffigurati in rigide composizioni con un livello di precisione tecnica e compositiva straordinaria. Suscita scalpore soprattutto per i suoi nudi in cui, con una durezza realistica arrogante e brutale, non sempre mitigata dalla composizione classicheggiante, tematizza erotismo e omosessualità. La libertà con la quale affronta questi temi, accompagnata dall’inclinazione a non nascondere la propria omosessualità, lo porteranno a diversi sequestri delle sue opere, ma anche alla fama e al riconoscimento universale della sua fotografia come forma di arte.

La mostra mette in luce il legame di Robert Mapplethorpe con la classicità, il suo approccio scultoreo all’immagine fotografica. Il profondo interesse per l'antico, La passione per i maestri che lo hanno preceduto e l'attenta comprensione della statuaria, in particolare dell'opera di Michelangelo, sono delle costanti nella ricerca dell'artista. Nelle sue composizioni, libere da ogni conformismo, i modelli figurativi del mondo classico e l'iconografia della tradizione cattolica rivivono sotto una nuova luce. Emerge con potente evidenza nelle pose atletiche e nella comprensione di masse muscolari trattenute e pronte a esplodere con grande energia. Lo spirito apollineo e la sensualità dionisiaca si combinano e si confondono nello studio del nudo maschile e femminile, così come nei ritratti e nelle nature morte, in particolare quelle dei fiori, in una ricerca di assoluta perfezione formale.

Appassionato collezionista di fotografie, Mapplethorpe conosce l'opera del Barone Wilhelm von Gloeden, con la quale ha forse la possibilità di confrontarsi ampiamente anche agli inizi degli anni Ottanta, grazie ai contatti con il gallerista Lucio Amelio, e a un soggiorno a Napoli, durante il quale si lascia suggestionare dal fascino disarmante delle rovine.

I soggetti, le pose, le atmosfere sospese evocate da entrambi i fotografi, attentamente studiate e ponderate nei casting e nelle scenografie, ci guidano alla scoperta di un'idea non convenzionale di bellezza e di Eros che accomuna queste due straordinarie personalità del mondo della fotografia, il nobile Wilhelm von Gloeden e Robert Mapplethorpe. Novanta gli anni che li separano, il primo nasce nel nord della Germania, nel 1856, il secondo a New York nel 1946 eppure i due lavori hanno molto in comune, entrambi interessati al nudo come espressione di bellezza del corpo, in particolare maschile, entrambi raffinati cultori della Grecità e dell'arte italiana del Rinascimento.

“L’arte non ha altro scopo che la bellezza e non vuol sentire nulla di morale” Wilhelm Von Gloeden, (Wismar, 16 settembre 1856 – Taormina, 16 febbraio 1931), è stato un fotografo tedesco attivo soprattutto in Italia. È noto soprattutto per i suoi studi di nudo maschile in ambiente pastorale di ragazzi siciliani, che fotografava assieme ad anfore o costumi ispirati all'antica Grecia, per suggerire una collocazione idilliaca nell'antichità che rimanda all'Arcadia. Da un punto di vista moderno, il suo lavoro è notevole per il suo uso sapiente e controllato dell'illuminazione, così come per l'elegante messa in posa dei suoi modelli. Alla perfezione artistica dei suoi lavori contribuirono anche l'uso innovativo dei filtri fotografici e di lozioni per la pelle di sua invenzione, una miscela di latte, olio d'oliva e glicerina per mascherare le imperfezioni della pelle.

La fotografia è un’arte che media; nasce dalla pittura e predispone al cinema. È una forma di comunicazione individuale ma sullo sfondo di una destinazione pubblica. È uno strumento e un linguaggio di passaggio fra due grandi tradizioni: quella consolidata da secoli di elaborazione artistico-pittorica e quella della legge dei grandi numeri della comunicazione di massa. Per entrambi il corpo umano rappresenta un importante parametro di riferimento. Per secoli ha costituito il nodo centrale della rappresentazione, la manifestazione più sublime della creazione divina, la nudità azzerava le istanze sociali, allontanando la distrazione e la copertura fuorviante dell’abito, per concentrarsi sul senso ultimo dell’esistere. L’uomo, la più alta espressione della natura, l’io e l’altro, si confrontavano attraverso la forma in un continuo adeguamento tra il reale e l’ideale. 

Anche quando questo rapporto si anima di più coinvolgenti valenze espressive, colorando il soggetto di una nuova carica sensuale ed emotiva, e il corpo umano si trasforma da simbolo di perfezione in simbolo dell’amore, esso rimane il veicolo privilegiato e il banco di prova dell’idea del Bello, intesa non solo come una soluzione formale di ordine estetico, ma anche come regola morale e un modello di rapporto con il mondo.

Mapplethorpe ha sempre spinto i propri modelli ad acquisire coscienza come persona fisica, contribuendo a indurli a prendere in considerazione il loro ruolo come collaboratori paritari con una loro personalità che spesso supera quella del fotografo stesso, in modo che nessuna manipolazione intervenga a distruggere la peculiarità e l’integrità del linguaggio fotografico. 

Conduce una vigorosa battaglia in nome dell’autonomia della fotografia, che rivendica uno status paritetico con le altre discipline artistiche in nome dell’unicità del suo contribuito al mondo della visione. L’istantanea e la poetica del frammento sono due contributi peculiari della fotografia alla storia del linguaggio. Grazie alla prima, essa si mette all’inseguimento del tempo e cattura delle realtà invisibili all’occhio. Grazie alla seconda, rovescia il rapporto tra particolare e insieme. L’inquadratura isola ma al tempo stesso esalta, insegnando a scoprire la bellezza nel dettaglio e a risalire da questa alla ricostruzione mentale dell’insieme.

L’esaltazione delle forme naturali, come per esempio nella serie delle Calle, serve a portare il focus sulla rivolta delle regole sociali cristallizzate, il segno della trasgressione e del superamento del dato meramente fisico e psicologico.

In Mapplethorpe il nudo ha perso ogni significato come categoria se stante. Esso diventa sempre più un elemento di confronto attraverso cui definire le regole di comportamento sociale e individuale. Fa parte di una schiera di autori (come Helmut Newton o Diane Arbus) che fanno largo uso della figurazione omologante – come, per esempio, la ripresa frontale – e si affannano a promuovere un modello di essere mutante, androgino, che combina elementi maschili e femminili di varia provenienza, ma quasi sempre secondo lo stereotipo estetico e lussuoso delle riviste in carta patinata. 

Gli esseri umani sono fotografati nella loro diversità, nello scostarsi dalla "normalità" data per scontata, una normalità a volte messa in discussione dalla stessa natura, a volte da scelte personali. Tuttavia, l’approccio di Mapplethorpe non è mai voyeuristico piuttosto la consapevolezza della diversità non sminuisce i suoi soggetti, ma li esalta nella bellezza e nell’estetica classicheggiante. In molti dei suoi ritratti i soggetti si trovano nel proprio ambiente, apparentemente a proprio agio; oppure, all’opposto, isolati dall’ambiente, privi di una collocazione spazio-temporale. Quello a cui Mapplethorpe tende in ogni suo scatto è mettere lo spettatore a disagio dall'accettazione del soggetto e dei significati intrinsechi all’immagine stessa.

Mapplethorpe è uno tra i primi artisti ad affrontare in maniera radicale, addirittura brutale, il problema fra i sessi e i ruoli, rimasto per molto tempo immutato e incasellato in una dimensione puramente estetica.

La mostra sottolinea la volontà di mettere in risalto il legame tra l'arte contemporanea e l'arte antica, e non poteva essere diversamente in una città come Firenze in cui ogni cosa deve fare i conti con un passato straordinario e in cui l'arte contemporanea continua a fare un grande sforzo per ritagliarsi un ruolo di primo piano. 

In queste foto i corpi, prevalentemente maschili, trasudano bellezza, perfezione anatomica, energia muscolare, per lo più di ragazzi neri per quanto riguarda Mapplethorpe, mentre i soggetti di von Gloeden sono adolescenti di aspetto efebico o giovani bianchi, pallidi e fragili. In entrambi gli artisti vi è uno spregiudicato erotismo, che si oppone con forza ai canoni classici della bellezza che hanno dominato la cultura occidentale dal Rinascimento in poi. Entrambi sono antiaccademici, nonostante gli archetipi scultorei e pittorici interiorizzati derivano dalla loro educazione religiosa cristiana. Che è anche un'educazione iconografica interiorizzata per lo studio della storia dell'arte europea religiosa. Nei due autoritratti dei due artisti che introducono la mostra, le pose sono emblematiche: Mapplethorpe si presenta come Lucifero/Dionisio, l'angelo ribelle, il Dio della metamorfosi, della tragedia; von Gloeden si raffigura come “Nazareno” e quindi quasi come un profeta. Le numerose fotografie di scultura dei fratelli Alinari fanno da trait d'union fra i due artisti.

La precedente mostra di Mapplethorpe tenuta quarant’anni fa nel Palazzo delle Cento Finestre in Piazza di Santa Maria Maggiore a Firenze, fu un vero shock: si veniva da un decennio di anni di piombo in cui era assistito a una cancellazione totale della fisicità, della corporeità, della bellezza del corpo maschile e femminile. Stava esplodendo l'Aids con tutte le sue paure. In quel momento particolare Mapplethorpe si permette di farci conoscere la fisicità esuberante ma luminosissima dei corpi maschili e femminili, non soltanto di neri, ma anche di gay, body builder, danzatori. Anche nell'attuale mostra emerge questo rapporto molto forte con il mondo della danza e del body building. In un momento come questo, di forte puritanesimo che censura perfino il Davide, o all’opposto di caduta in basso nella palude del perverso materialismo della pornografia, una visione luminosa e misteriosa come quella dell’arte fotografica di Mapplethorpe ci esalti e ci conduca verso la riscoperta del Bello. 

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