Istruzioni per un giudizio reale e convincente sulla città di Firenze

Paolo Orsini • 8 maggio 2026

Due ontologie dello spazio: Territorio e Terroir

è il titolo della lectio magistralis di Olga Takarczuk. 

Il 7 maggio al Cenacolo di Santa Croce, la scrittrice premio Nobel 2018 per la letteratura ha letto la sua lectio magistralis che ha scritto parte a Wroclaw e parte a Firenze nei giorni in cui ha soggiornato in occasione del Premio Von Rezzori.

Un testo molto interessante e attuale, che mette in evidenza la differenza tra due concetti di suolo: il Territorio, che si basa sul confine, cioè su “una linea del tutto astratta, tracciata arbitrariamente dagli uomini, e il particolare più interessante è che a volte è del tutto invisibile. Invece le sue implicazioni politiche, economiche, culturali ed ecologiche sono enormi”; a questo concetto si contrappone quello di Terroir, che riguarda tutte le cose della terra, cioè quella “caratteristica irripetibile e complicata di un luogo con il suo suolo, la sua acqua, la sua aria, il rapporto con le stagioni e con il vagabondare del sole nel cielo. Il clima, il vento, gli organismi viventi e la cultura dell’uomo. Ma innanzitutto ciò che è inafferrabile, inesplicabile: la storia e la memoria”.

Dal raffronto tra questi due concetti deriva un nuovo approccio al mondo, proposto da Olga Takarczuk che ritiene simile l’origine delle due concezioni: “Entrambi derivano da ciò che sta sotto i piedi, la terra. Solo che il Territorio definisce uno spazio limitato e separato sottoposto a controllo, mentre il Terroir abbraccia tutto ciò di cui sono fatto il nostro corpo, la nostra psiche e la nostra cultura”.

Quindi, per concludere, se si abbraccia questa nuova concezione della Terra visto come Terroir, il nostro punto di vista rispetto a tutte le cose del mondo cambia. Ecco che anche la città in cui viviamo muta veste se la vediamo come Terroir e non Territorio. Olga, in questi giorni che ha passato a Firenze per il Premio Von Rezzori è rimasta affascinata dal Terroir fiorentino, e ha espresso il suo stupore con queste parole: “E ora sono con voi a Firenze, città in cui l'idea di terroir rivela il suo senso profondo. Questa città è infatti l'agglomerato di ogni estensione dell'essere, pietra, fiume, lingua, memoria, immagine, colore, presenza di persone. Una città in cui grazie ha una luce incredibile, diversa da ogni altro luogo, è nata la pittura, l'arte della conoscenza della percezione spaziale".

"È una luce che modella le cose, ne estrae la profondità e la complicazione interna induce l'uomo a pensare. Una luce che celebra l'armonia e la bellezza del mondo. Si sa bene che la scoperta della prospettiva non è stata solo un successo della matematica, ma la comprensione e la risposta alla luce peculiare di questa valle. Firenze fu costruita con una pietra che non nasconde la propria età, anzi mette in risalto le sue relazioni con il tempo, ne diviene la memoria". 

Questa pietra rammenta il brusìo della città, i passi dei mercanti, le conversazioni fra gli artisti e le tensioni politiche della Repubblica. Questa pietra assorbe il tempo. La città è una parte del più ampio paesaggio toscano, non lo domina. Conserva la bellissima e naturale continuità fra città e campagna, fra il bosco e il giardino. La cultura non si stacca dalla natura, ma ne è il prolungamento nell'opera dell'uomo. Anche il linguaggio dell'uomo è parte di questa entità altamente complessa. 

"Il dialetto fiorentino è diventato la base della lingua italiana moderna. Firenze ha fatto fermentare la lingua italiana, proprio come il suo vino. Firenze e anche Wroclaw e i Sudeti (luoghi dove la scrittrice è stata prima di giungere a Firenze, n.d.r.) e tutti i luoghi del mondo, non appartengono a nessuno, non siamo noi a definirli, sono loro a pervadere, noi che li attraversiamo nel breve lampo della nostra vita”.

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