Bellezza, invidia e competizione: una discesa nel lato oscuro della società giapponese
L’elemento principale della struttura narrativa è la polifonia:
la storia ricostruita con la voce della narratrice, ma anche con diari, confessioni e testimonianze di altri personaggi.

Qualche giorno fa, il Venerdì di Repubblica, ha pubblicato “Ecce Tomo” un servizio dedicato ad alcuni libri di mille pagine, e anche oltre, che hanno la capacità di rapirti un’estate intera, oppure anche di stancarti e di decidere di abbandonarlo, magari per sempre; lo scrittore che si cimenta nella lunghezza e complessità del suo romanzo, deve esserne anche consapevole e responsabile nei confronti del lettore.
Questo Grotesque, romanzo del 2003 di Natsuo Kirino, non arriva alle mille pagine ma è comunque un bel tomo. È la storia di due donne, Yuriko e Kazue, entrambe ex studentesse di una prestigiosa scuola femminile di Tokyo e poi coinvolte, in modi diversi, nel mondo della prostituzione.
I loro omicidi diventano il punto di partenza per ricostruire le loro vite, segnate da rivalità, ossessioni, desiderio di successo e bisogno di riconoscimento. La trama non si concentra solo sulla ricerca del colpevole, ma soprattutto sull’analisi psicologica dei personaggi e sulla critica di una società competitiva, ossessionata dalla bellezza, dallo status e dal giudizio degli altri.
Sono riuscito a leggerlo tutto questo Grotesque, mi ha preso e l’ho finito in un tempo relativamente breve. Anche se è un romanzo cupo, stratificato e disturbante, la cui struttura non è quella tipica del thriller; infatti, scoprire l’identità dell’assassino è meno rilevante dell’indagine morale e psicologica che Natsuo Kirino conduce sui personaggi, sulle loro ossessioni e sulle pressioni sociali che li deformano.
Il titolo è scelto con attenzione programmatica: il “grottesco” non riguarda solo i corpi o le azioni estreme, ma soprattutto il modo in cui una società ossessionata dall’apparenza, dal successo e dalla gerarchia finisce per produrre individui frantumati.
Yuriko è prigioniera della propria bellezza, vissuta come potere e condanna; Kazue, al contrario, è schiacciata dall’invisibilità e tenta di conquistare valore attraverso lo studio, il lavoro e infine il controllo del proprio corpo.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la struttura polifonica: confessioni, diari e testimonianze si alternano, offrendo versioni parziali e contraddittorie dei fatti. Nessuna voce è pienamente affidabile, e proprio questa instabilità costringe il lettore a interrogarsi continuamente su verità, menzogna e autoinganno.
L’autrice non vuole consolare, né semplificare: la sua scrittura è tagliente, analitica, spesso crudele, capace di trasformare il noir in una radiografia sociale; preferisce una prosa dura, fredda, capace di mettere a nudo le contraddizioni dei personaggi senza attenuarne la crudeltà. Per qualche lettore sensibile può essere un cibo indigesto.
Natsuo Kirino, infatti, usa uno stile psicologico e introspettivo, concentrandosi più sulle motivazioni interiori dei personaggi che sull’azione. Lo fa dando voce a un altro personaggio, fondamentale per la struttura del romanzo, quello della “narratrice inaffidabile”.

Il racconto della narratrice è filtrato da invidia, rancore e giudizi personali; per questo il lettore deve continuamente dubitare di ciò che legge. La verità non viene mai offerta in modo semplice, ma emerge da frammenti spesso ambigui. Questo aspetto può spiazzare il lettore, ma se riesce a immergersi nel mondo magico creato dall’autrice, l’esperienza di lettura diviene attraente e molto soddisfacente.
Giudizio finale del SEGNALIBRO DELL’ORSO: Grotesque è un romanzo che supera i confini del noir tradizionale per trasformarsi in una dura analisi della società contemporanea e dei suoi meccanismi di esclusione. Attraverso le figure di Yuriko, Kazue e della narratrice, Natsuo Kirino mette in scena un mondo dominato dall’apparenza, dalla competizione e dal bisogno ossessivo di riconoscimento. La trama degli omicidi diventa così il punto di partenza per indagare ferite più profonde: l’invidia, la frustrazione, la solitudine e la progressiva deformazione dell’identità. La struttura frammentata e polifonica rafforza l’ambiguità del racconto, impedendo al lettore di affidarsi a una verità unica e costringendolo a confrontarsi con personaggi scomodi, spesso moralmente ambigui. Nel complesso, il romanzo risulta cupo e disturbante, ma proprio per questo efficace: Kirino costruisce un’opera potente, critica e inquieta, capace di lasciare un’impressione duratura.










