Uno spettacolare BEATO ANGELICO e altri grandi pittori del Quattrocento in mostra a Palazzo Strozzi

Paolo Orsini • 17 gennaio 2026

Il mistero divino si fa forma e luce nella pittura del Beato Angelico,

padre nobile della pittura rinascimentale italiana 

Fino al 25 gennaio 2026, in un percorso tra le due sedi di Palazzo Strozzi e del Museo di San Marco, una straordinaria e irripetibile mostra celebra un padre del Rinascimento, pittore simbolo dell’arte del Quattrocento e uno dei principali maestri dell’arte italiana di tutti i tempi.

Settant’anni dopo l’ultima grande mostra ai Musei Vaticani e al Museo di San Marco, il genio di Guido di Piero (Vicchio di Mugello, Firenze, 1395 circa – Roma, 1455), poi Fra Giovanni da Fiesole, ma universalmente noto come Beato Angelico (dal 1984 «patrono degli artisti»), torna protagonista assoluto di un percorso monografico, dove si affronta la produzione, lo sviluppo e l’influenza dell’arte di Beato Angelico e i suoi rapporti con pittori come Lorenzo Monaco, Masaccio, Filippo Lippi, ma anche scultori quali Lorenzo Ghiberti, Michelozzo e Luca della Robbia.

Beato Angelico ha creato dipinti famosi per la maestria nella prospettiva, nell’uso della luce e nel rapporto tra figure e spazio. La mostra offre una occasione unica per esplorare la straordinaria visione artistica del frate pittore in relazione a un profondo senso religioso, fondato su una meditazione del sacro in connessione con l’umano.

L’esposizione riunisce tra le due sedi oltre 140 opere tra dipinti, disegni, sculture e miniature provenienti da prestigiosi musei quali il Louvre di Parigi, la Gemäldegalerie di Berlino, il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery di Washington, i Musei Vaticani, la Alte Pinakothek di Monaco, il Rijksmuseum di Amsterdam, oltre a biblioteche e collezioni, private e pubbliche, italiane e internazionali.

Frutto di oltre quattro anni di preparazione, il progetto ha reso possibile un’operazione di eccezionale valore scientifico e importanza culturale, grazie anche a un’articolata campagna di restauri e alla possibilità di riunificare pale d’altare smembrate e disperse da più di duecento anni i varie parti del mondo.

Al centro della mostra, la prima ricostruzione «in presenza» della Pala di San Marco (1438-1442), rimossa dall’altar maggiore di San Marco (per il quale Cosimo de’ Medici l’aveva commissionata), poi smembrata e infine dispersa in più musei (la stessa passione per Beato Angelico che avrebbe conquistato Botticelli, Lippi, Chagall e persino Goethe alimentò anche un mercato di smembramenti e vendite più o meno leciti). La Pala ritrova qui 17 dei suoi 18 elementi: in origine tutti inseriti in un supporto ligneo che la mostra restituisce in forma di profilo disegnato.

La Pala ricomposta si conferma capolavoro di straordinaria intensità spirituale e innovazione stilistica, rivelando tutte le sfumature del suo linguaggio e del suo significato simbolico, offrendo al pubblico un’esperienza contemplativa di rara profondità.

L’origine della Pala si lega agli anni cruciali della Firenze del Quattrocento, un periodo caratterizzato da un forte rinnovamento culturale e spirituale, in cui la committenza medicea e il convento di San Marco si intrecciano in una strategia di affermazione identitaria. Commissionata da Cosimo de’ Medici (è lui il personaggio inginocchiato davanti alla Madonna che nella tavola centrale guarda lo spettatore), la Pala non doveva limitarsi a essere un elemento devozionale: evocava, più che altro, un messaggio politico-culturale, una sorta di manifesto della nuova identità medicea e un tributo alla spiritualità domenicana. Per questa ragione, la scelta del Beato Angelico risponde alla volontà di coniugare rigore iconografico e sensibilità.

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