Ironia Ribelle di CLEMEN PARROCCHETTI a Palazzo Medici Riccardi
Creiamo con la lotta le condizioni per una creatività
che non sia più a misura della nostra produttività (Clemen Parrocchetti)
La mostra Ironia ribelle presenta oltre cento opere tra dipinti, disegni, sculture, arazzi e documenti, che aiutano a ripercorre la vita di Clemen Parrocchetti, sottolineando la natura radicale e anticonformista della sua produzione.

Nata a Milano in una famiglia dell’aristocrazia lombarda, Parrocchetti si diploma a Brera negli anni ’50, esordendo con una pittura verista caratterizzata da toni cupi ed esistenziali, che poi vira verso colori vividi e sgargianti, ma sempre con tonalità drammatiche.
Il Sessantotto rappresenta per lei una vera e propria svolta. Fortemente coinvolta dal clima politico e dalle istanze contestatarie, matura nelle sue opere un espressionismo nuovo, eccentrico, satirico e coloratissimo, teso a provocare e costruire una nuova iconografia della donna.
“Dobbiamo riscoprire una femminilità che giovi a noi stesse… non vogliamo più essere muse di ciò che è immobile, vogliamo rivoluzionare la storia.” (Clemen Parrocchetti, 1978)
Negli anni, Clemen Parrocchetti svilupperà un linguaggio ironico e ribelle che diverrà sempre più impegnato politicamente, indagando la complessità della sfera femminile, delle relazioni e della sessualità.
La contestazione fa parte della mia storia, è nata da un’educazione familiare troppo rigida alla quale mi sono ribellata ma che in parte ho subito.
Operando ai margini del sistema culturale ufficiale dominato da logiche maschili, Parrocchetti testimonia l'impegno di tante artiste della sua generazione nello sfidare convenzioni e modelli prestabiliti. L'esposizione restituisce l'importanza e l'attualità di queste ricerche, a lungo trascurate, nonché l’urgenza di ripensare in profondità il ruolo delle donne nell’arte e nella società.
Dopo la pittura degli esordi, Parrocchetti inizia a concepire l’arte come un’arma di attacco frontale al perbenismo borghese e alla cultura patriarcale che riduce la donna a merce. Sulle tele compare un immaginario perturbante, caleidoscopico e carnevalesco, in cui mascheroni grotteschi e corpi scomposti si divorano contornati, per contrapposizione, da un’atmosfera giocosa fatta di bocche, merletti, fiocchi, vagine, dolci e fiori. Un universo visivo irriverente si para davanti ai nostri occhi lasciando emergere desideri e istinti nascosti.
All’inizio degli anni ’70, Clemen Parrocchetti continua a dipingere ma, in un certo senso, alleggerisce i toni del suo espressionismo. Il suo linguaggio è più diretto e il vocabolario segnico è meno caotico e più definito.

A questo corpus di lavori appartengono anche sculture leggere, fatte di fili, cavi e materiali poveri che richiamano le costruzioni cinetiche di Alexander Calder, ma non sono sospese e leggere, non misurano l’aria e il tempo come quelle dell’artista statunitense, le opere di Clemen Parrocchetti sono concepite come anti-trofei della femminilità tradizionale.
Li chiamo oggetti di cultura femminile, sono costruiti con materiali poveri e soffici, uniti a fili spesso lasciati sollevati per esprimere il fermento, la ribellione, qualcosa che vuole uscire ed espandere, pur essendo ancora prigioniero.
A metà degli anni ’70 Parrocchetti abbandona il mezzo pittorico in favore di un linguaggio "espresso in cose" e inizia a realizzare opere tridimensionali che denunciano la repressione di una cultura cattolico-borghese e il ruolo subordinato della donna. In quegli anni si avvicina al Movimento di Liberazione della Donna e prende posizione in favore delle istanze su aborto, divorzio, salario domestico, libertà sessuale e violenza domestica.

Nascono i primi assemblaggi polimaterici creati con oggetti legati “tradizionalmente” al lavoro femminile “di cura e maternità” e all’idea di donna “devota e paziente”. Per la prima volta, a distanza di oltre cinquant’anni, la mostra di Palazzo Medici-Riccardi le raccoglie di nuovo tutte insieme.
“Sono convinta che non sia possibile una completa rivoluzione sociale se prima le donne non abbiano raggiunto una vera coscienza del proprio ruolo.”
Sul finire degli anni Settanta, le opere di Parrocchetti iniziano a occupare lo spazio in modo nuovo e fanno uso di materiali diversi, come gli arazzi e la juta. Il fulcro delle sue composizioni allusive rimane l’anatomia del corpo femminile: da un lato mira a criticare lo sguardo oggettivante sulla donna, dall’altro a rappresentarla nel pieno delle sue potenzialità creative ed erotiche.

Nel corso degli anni, Parrocchetti continua a realizzare arazzi, spesso concepiti come grandi pagine di un diario, in cui confluiscono riflessioni di natura profondamente autobiografica. La sua pratica artistica rimane strettamente legata alle istanze del femminismo, inteso come spazio di autodeterminazione e autocoscienza, in cui indagare traumi personali o collettivi, e trovare una forma di esorcizzazione.
Non voglio più essere sfogliata, non voglio più che mi si strappino le ali. Le rivoglio tutte, vibranti di luci e suoni per volare











