Palazzo Blu di Pisa ospita una bella mostra sulla BELLE EPOQUE

Paolo Orsini • 9 marzo 2026

La mostra è uno sguardo sulla Belle Époque parigina, fatta di dialoghi, confronti, rapporti tra i pittori e tendenze artistiche

Fino al 7 aprile 2026, Palazzo Blu di Pisa ospita la mostra presenta “Belle Époque. Pittori italiani a Parigi nell’età dell’Impressionismo”, un viaggio che conduce lo spettatore sulla scena parigina tra Ottocento e Novecento.

Un centinaio di opere provenienti da prestigiosi musei internazionali e italiani — tra cui il Musée d'Orsay, il Louvre, il Philadelphia Museum of Art, il Meadows Museum di Dallas, il Detroit Institute of Arts, il Musée Malraux di Le Havre, le Gallerie degli Uffizi, il Museo di Capodimonte, Palazzo Te di Mantova, la Pinacoteca De Nittis di Barletta, il Museo Boldini di Ferrara — oltre che da importanti collezioni private francesi e italiane.

La grande mostra esplora la nascita della modernità europea attraverso i capolavori di molti autori, ma in particolare di tre artisti italiani come Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi, protagonisti assoluti della Belle Époque.

Di solito, i pittori italiani a Parigi erano marginalizzati a una funzione puramente decorativa, mentre in realtà avevano un ruolo centrale nella modernità visiva europea. Questa mostra ha il compito di storicizzare questo loro importante ruolo artistico. 

In quel tempo, la capitale francese era il crocevia d’Europa, e i tre artisti italiani vi giunsero tra il 1867 e il 1874, attratti dal fermento culturale e dalle opportunità di una metropoli sospesa tra la fine del Secondo Impero e l’inizio della Terza Repubblica. 

A Parigi Boldini, De Nittis e Zandomeneghi collaborarono con i mercanti riuniti nell'Atelier Goupil, frequentarono i caffè e i salotti intellettuali, incontrando artisti come Degas, Manet e Renoir. Tuttavia, mantennero un legame profondo con le proprie radici italiane, interpretando la modernità parigina con la memoria culturale toscana, napoletana e veneziana.

L’ambiente dei pittori macchiaioli guardava con sospetto al loro successo internazionale, percepito come frivolo e soprattutto commerciale, fino a quando, nel 1878, il critico d’arte Diego Martelli, riconobbe a De Nittis un talento incontestabile: “non solo il migliore tra gli italiani all’estero, ma superiore come fine dell’arte”.

Nonostante siano accomunati dallo stesso ambiente artistico parigino, i tre artisti s’impongono con interpretazioni diverse e originali: Giovanni Boldini come raffinato ritrattista mondano, Giuseppe De Nittis come cronista sensibile della vita urbana, Federico Zandomeneghi come pittore della quotidianità borghese, vicino agli impressionisti. 

Considerati tra i maggiori Italiens de Paris, costruiscono una visione personale, che li distingue dai colleghi francesi. Tra gli anni Settanta dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento elessero la capitale francese a luogo ideale per portare il proprio modo di dipingere la nuova modernità.

A Parigi in quegli anni si cominciava a respirare un’aria nuova, fatta di elegante mondanità, dato che la borghesia, che si stava sempre più urbanizzando,  migliorava costantemente il proprio tenore di vita.

Il percorso della mostra si articola in nove sezioni tematiche, tra la tragedia per il dopo Sedan – la grande sconfitta della Francia imperiale di Napoleone III ad opera dell’esercito prussiano - e l’esplosione della modernità parigina, plasmata dalle contraddizioni tra progresso tecnico e disuguaglianze sociali, tra l’euforia borghese e le ferite storiche irrisolte. 

La nuova borghesia ricca frequentava assiduamente i salotti, i caffé, i teatri, passeggiava lungo i boulevard, nei parchi e nei giardini; partecipava attivamente alla straordinaria ondata culturale, che permise a Parigi di diventare il centro nevralgico d’Europa.

La piacevole e frivola vita della classe borghese divenne soggetto tra i più raffigurati da questi artisti italiani a Parigi, che riuscirono bene a mettere nelle loro tele lo spirito dell’epoca, ma furono anche accusati di tradire le loro origini culturali per andare incontro ai favori del mercato parigino.

L’obiettivo dell’esposizione pertanto vuole, come dice la storica dell’arte Francesca Dini, curatrice della mostra, nell’introduzione del catalogo, “valutare le mutazioni stilistiche di Boldini, De Nittis e Zandomeneghi e le sinergie scaturite dagli incontri con altri eminenti artisti europei dimoranti nella capitale francese”.

Probabilmente non ci sarebbe stata la Belle Époque senza quella rovinosa sconfitta francese nella guerra franco-prussiana del 1870. E allora il percorso espositivo, prima di addentrarsi nella piacevolezza e nell’eleganza di quel tempo felice (anche se privilegio solo borghese), ci fa respirare l’aria pesante e tragica del post-Sedan con alcune tele tra cui spicca quella di Carlo Ademollo.

Forte è il contrasto tra la tragicità della prima sezione e l’era felice della seconda, simboleggiata dalla graziosa Berthe ritratta da Giovanni Boldini su una panchina di un parco della metropoli francese, vestita all’ultima moda, con le gambe accavallate, lo sguardo rivolto di lato e la piccola mano sul mento, il cui mignolo scivola sulla bocca socchiusa con un gesto tra l’innocenza e la sensualità.

Il salto d’atmosfera prosegue con le opere di Giuseppe De Nittis, ambientate in giornate di sole al Bois de Boulogne, alle corse dei cavalli, nei giardini e che dà modo anche a lui di ritrarre gentildonne, gentiluomini e bambini tutti ben abbigliati e lieti.

Francesca Dini sottolinea il fatto che Les Italiens de Paris hanno perfettamente intercettato il desiderio di leggerezza della società parigina animata dalla joie de vivre e desiderosa di dimenticare gli anni difficili della guerra appena trascorsi. 

Hanno ricoperto il ruolo di pittori della vita moderna, o come direbbe Baudelaire, dell’artista flâneur, di colui che vaga liberamente tra le vie e i parchi cittadini, contemplando i paesaggi e le persone che vede nel suo vagare e ritraendoli in modo realistico.

Sorprende trovarsi di fronte ad alcuni piccoli quadri di Giovanni Boldini diversi da quelli che il pittore ci ha abituato – grandi quadri di ritratti femminili a figura intera – come alcune scene nel Parco di Versailles, incontri galanti e di svago, con minuscole ma dettagliate figurine, ma soprattutto una insolita veduta paesaggistica della Strada maestra a Combes-la-Ville.

Il quadro di Boldini venne acquistato dal collezionista americano William Hood Stewart, tra i più importanti punti di riferimento a Parigi per l’arte contemporanea, insieme alla Maison Goupil vera talent scout di artisti, tra cui Alceste Campriani e Antonio Mancini. 

Protagonisti delle successive due sezioni sono ancora Boldini e De Nittis: entrambi trovano ispirazione nella realtà che li circonda, concentrandosi su dettagli della quotidianità, come le lavandaie lungo la Senna, le passeggiate nella campagna, le gite in barca, le soste tra i fiori dei campi.

Ciascuno dei due con il proprio stile e le proprie inclinazioni: Boldini verso la dinamicità del segno e la predilezione per il ritratto (significativo in questo senso è Lo strillone); De Nittis orientato più agli studi di luce che lo avvicineranno sempre più all’Impressionismo (partecipò alla prima mostra impressionista nel 1874 a Parigi, tenuta nello studio del fotografo Nadar, che vide la partecipazione di artisti come Monet, Renoir, Degas, Pissarro, Sisley e Cézanne).

Casa De Nittis diventò il luogo di ritrovo di molti amici, artisti, intellettuali, grazie anche al carattere bonario del pittore originario di Barletta e alla straordinaria accoglienza e ospitalità della moglie Léontine; era piena di opere d’arte dei suoi amici impressionisti e di giapponeserie, che l’artista amava collezionare.

Il percorso espositivo presenta ora un'ampia e variegata selezione di dipinti proveniente dalla Pinacoteca De Nittis di Barletta che permette d'introdursi nell’universo domestico e familiare del pittore, dove lui si sentiva amato e circondato dall’affetto dei suoi cari, la cara moglie Léontine e il loro figlio Jacques, purtroppo morto a soli trentotto anni.

Tra questi dipinti spiccano un Autoritratto dell’artista, in piedi, nel salone della sua casa, molte altre tele con paesaggi innevati, i familiari ritratti nel giardino di casa e il significativo Salotto della Principessa Mathilde, ovvero Mathilde Bonaparte, cugina di Napoleone III e nipote del Bonaparte, il cui salone dell’Hotel in rue de Berri, dove la principessa viveva e riceveva gli ospiti circondata dalla sua collezione di opere d’arte, era uno dei salotti più ambiti di Parigi.

Il dialogo dei pittori italiani con l’Impressionismo, già citato nel sottotitolo dell’esposizione di Palazzo Blu, si fa ancora più evidente nella sezione dedicata a Federico Zandomeneghi. Il pittore veneto arriva a Parigi nei primi giorni di giugno del 1874, pochi giorni dopo il termine della prima mostra impressionista che si era tenuta da aprile a maggio.

Zandomeneghi si era lasciato sedurre dal grande scalpore che aveva suscitato l’evento, ma tra esitazioni e un’altalenante attrazione verso questa nuova pittura, è solo a partire dal 1878 -1879 che si afferma e si consolida il suo rapporto con gli impressionisti, soprattutto per merito di Diego Martelli, il più noto mecenate dei Macchiaioli, presente in quegli anni a Parigi.

Il critico ebbe modo di comprendere direttamente nella capitale francese le affinità tra l’Impressionismo e la pittura dei Macchiaioli e, dopo aver aiutato Zandomeneghi dal punto di vista caratteriale, perchè alquanto scorbutico e brontolone, riuscì a far esporre due opere del pittore alla mostra impressionista del 1879, facendolo entrare di fatto nel movimento. 

Su tutti gli impressionisti Zandò (come lo chiamavano gli amici francesi) si sentiva maggiormente vicino a Degas (soprattutto ai suoi pastelli) e preferiva raffigurare in particolare giovani fanciulle della media borghesia, ma con un proprio stile personale che riguardava soprattutto scelte coloristiche vicine alle sue origini venete (si noti la mescolanza dei colori nei fondi delle opere esposte). Spiccano in questa sezione, due altri artisti: Renoir con la Jeune fille au ruban bleu e Mary Cassat con Nel giardino.

Nella successiva sezione, al piano superiore, si vuole mettere in evidenza la nascita di un vero cliché europeo di eleganza, un’evidente omologazione dei soggetti ispirati alla vita della metropoli francese da parte dei pittori italiani e spagnoli attivi a Parigi tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta dell’Ottocento: si nota infatti una spiccata predilezione per la rappresentazione a mezzo busto su fondi uniti di figure femminili, simbolo di bellezza e di charme, caratterizzate da sorrisi maliziosi e atteggiamenti leziosi, che sfociano nel disinibito (sottovesti che scivolano, seni che si scoprono, corpi che si piegano e trasparenze).

Di tutt'altro genere di fascino e di mistero (evocato dalla presenza di pipistrelli e di un gatto nero) è avvolta invece la donna di profilo in primo piano con i lunghi e vaporosi capelli rossi sciolti ritratta da Alfred Stevens ne L’Électricité, che fa pensare alle seducenti donne preraffaellite e che invece vuole richiamare l’idea del progresso

La mostra è inoltre occasione per restituire a Vicente Palmaroli la paternità della signora ritratta nel suo salotto parigino esposto alla Biennale di Venezia del 1934 con l’apocrifa firma di Giovanni Boldini, sintomo di disordini attributivi a favore del maestro ferrarese e a discapito di pittori spagnoli suoi contemporanei.

Anche il livornese Vittorio Matteo Corcos, un altro italiano affascinato da Parigi, accoglie questo cliché europeo di elegante modernità della moda di fine Ottocento, qui testimoniato da uno dei capolavori del pittore: le Istitutrici ai Campi Elisi, per lui espressione dell’idea universale di eleganza e di spensieratezza.

La penultima sezione della mostra, presenta un’eleganza non impostata, bensì dinamica: ritratti più vivi, più moderni, in posa ma non immobili e ambientati nella dimensione quotidiana. Una nuova idea di ritratto di cui si fanno portavoce in primis Boldini, ma anche i suoi amici, come Paul Helleu e Jacques-Émile Blanche e lo stesso John Singer Sargent. Particolare la tela di Boldini che ritrae il piccolo Subercaseaux, uno dei figli dell’imprenditore e diplomatico cileno Ramon: vestito di un elegante completo da marinaretto, seduto su un divanetto a righe chiare e scure, con una gamba giù e una su, sembra scivolare un po’ in avanti e un po’ di lato, e forse non starà lì seduto ancora per molto...

L’esposizione si conclude invece in Toscana, con opere di Luigi e Francesco Gioli, Michele Gordigiani, Angiolo Tommasi, Giorgio Kienerk, e ancora Vittorio Matteo Corcos. Il viaggio espositivo tra strade, boulevard, corse dei cavalli, interni domestici, parchi e giardini parigini termina proprio in Toscana perchè, a causa delle frequenti visite fatte a Parigi, gli artisti toscani molto si lasciarono influenzare dagli aspetti figurativi in voga in Francia; oltre al già citato ruolo di Diego Martelli, anche i periodici ritorni di Boldini in Toscana contribuirono a tenere aggiornato l’ambiente artistico toscano. Predomina la ritrattistica: si resta incantati dall'evanescente Ritratto di Eleonora Duse di Gordigiani; ipnotizzati dallo sguardo diretto della giovane donna de In lettura sul mare di Corcos; affascinati e sedotti dalle linee sinuose delle schiene delle tre ragazze ritratte da Kienerk in Giovinezza

Sogni è il celeberrimo olio su tela di Vittorio Matteo Corcos, che chiude il percorso espositivo. Il quadro ritrae Elena Vecchi, figlia dello scrittore Augusto Vecchi, seduta su una panchina in un'atmosfera autunnale, ritratta con un realismo quasi fotografico, colta in una posa anticonvenzionale, fiera e riflessiva, simbolo della donna moderna ed emancipata della Belle Époque, suscitando scalpore per la sua intensità e indipendenza. La protagonista ha i capelli leggermente spettinati, le gambe accavallate e guarda lo spettatore con audacia, rappresentando un'emancipazione intellettuale. Il titolo "Sogni" richiama il mistero dello sguardo, rivolto verso l'osservatore ma immerso nei pensieri personali., opera considerata manifesto della Belle Époque, che evidenzia una femminilità magnetica e sicura di sé.

La mostra di Palazzo Blu, attraverso le sue, accompagna il visitatore da uno dei momenti più bui per la Francia alla sua epoca più felice e più attiva dal punto di vista artistico e culturale. Fa comprendere come dalla sconfitta nasca una prorompente voglia di rinascita, di serenità, di modernità, di progresso, di eleganza che investe tutta la borghesia della capitale francese e che detta le principali tendenze nella moda e nell’arte dentro e fuori dal Paese.

La frivolezza e la mondanità rappresentata dai pittori italiani della Belle Époque non è dunque superficialità o un tradimento nei confronti della propria patria d’origine, ma l’effetto dello spirito di quell’epoca frutto di un desiderio di riscatto internazionale.

La mostra di Palazzo Blu è quindi un’immersione totale nella Belle Époque parigina, fatta di dialoghi, di confronti, di rapporti umani tra i pittori, attraverso i quali si racconta un’epoca ben inquadrata storicamente, facendo emergere un affresco vibrante, ricco ma mai dispersivo, che non si limita a esporre opere, ma che invita a comprendere come a Parigi prese forma una nuova idea di arte.

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