Una grande mostra a Pisa nel sessantesimo anniversario della morte di ANTONIO LIGABUE
La mostra è un viaggio nella psiche e nell’immaginario di un artista che ha trasformato la marginalità e il dolore in una forza espressiva dirompente.
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Nel sessantesimo anniversario della scomparsa di Antonio Ligabue, Pisa rende omaggio a uno degli artisti più intensi, tormentati e autentici del Novecento con la mostra “LIGABUE. Il ruggito dell’anima”, in programma fino al 10 maggio 2026 negli spazi suggestivi degli Arsenali Repubblicani.
Un’esposizione con molte opere di pittura e scultura che non si limita a celebrare un maestro amatissimo dal pubblico, ma invita a rileggere in profondità la sua figura, collocandola finalmente nel cuore della grande storia dell’arte europea.
Antonio Ligabue nacque – per la prima volta – nell’ultimo anno dell’Ottocento, il 18 dicembre del 1899. Nacque con il cognome della giovane madre, Elisabetta Costa, rimasta incinta per errore e costretta a emigrare in Svizzera, tanto per la miseria quanto per la vergogna. È a Zurigo che sua madre si unirà con un certo Bonfiglio Laccabue, un povero emigrato dall’Emilia Romagna.
Segnato fin dall’infanzia da abbandoni, malattia, povertà e isolamento, Ligabue ha vissuto gran parte della sua esistenza ai margini della società, tra la Svizzera e la bassa padana, etichettato come “el matt”, il matto. Eppure, proprio da quella condizione di esclusione è scaturita una delle voci più sincere e potenti dell’arte del Novecento. Per lui l’arte non è mai stata esercizio estetico o ricerca intellettuale: piuttosto, una necessità primaria, istintiva, vitale.

Ligabue soffrì anche di epilessia, ma ogni volta che qualcuno lo trovava nel bel mezzo di una crisi mentre si dimenava a terra – come un pesce fuor d’acqua - ecco che finiva per essere sbattuto dentro a qualche manicomio. Il 6 dicembre 1948, dimesso da uno dei tanti ricoveri di salute mentale. Nacque una seconda vota, decise di chiamarsi Ligabue e di essere un artista.
Fece ritorno in Emilia ad affermare la sua carriera e a cercare una sposa. E così, in cambio di un quadro, trovò l’amata: una Moto Guzzi rossa, usata. Il suo cavallo. La sua tigre rubino. La sua libertà. Sulla moto Antonio ci percorse tutta la Pianura Padana, con le tele da vendere e le gabbie dei conigli che trasportava per la pittura dal vivo.
Il primo ricovero in un ospedale psichiatrico risale al 1917, in una località turistica della Svizzera tedesca, a solo 17 anni. Il primo riconoscimento del suo talento disegnativo avviene paradossalmente proprio nell'ambito dell'Istituzione: chi lo analizza si stupisce per le sue capacità espressive non convenzionali e per il sorprendente senso intellettuale. In questo contesto, il ragazzo prende consapevolezza che il suo talento potrà essere utilizzato come strumento di riscatto sociale.
Schernito e spesso allontanato dalla civiltà, come fosse una delle belve che appaiono nelle opere da lui dipinte, Ligabue trova pace nei luoghi e nelle cose incontaminate. L’artista si allontana dalla crudele realtà per trovare rifugio in una visione magica e primitiva.
La sua storia, così come viene raccontata nelle opere, è un susseguirsi di battaglie feroci alternate a momenti di calma illusoria. I paesaggi che Ligabue dipingere ripercorrono i luoghi derivanti dalle memorie d'infanzia e dal suo nomadismo, le brutali lotte tra animali feroci e la precisione anatomica con cui riusciva a riprodurli ci parlano di un uomo che ha saputo ammirare la natura in tutta la sua purezza.
Le evidenti ferite al volto, riscontrabili in molti dei suoi autoritratti, portano alla luce i tormenti interiori e la volontà di fuggire da quelli che definisce gli “umori maligni” che lo angustiano. A tal proposito risulterebbe arduo comprendere o intercettare una chiave di lettura altra delle sue opere, se non quella psicoanalitica, che aiuta lo spettatore a decodificare i temi e le simbologie più o meno celate nelle sue opere d'arte.
Ligabue è stato un uomo infelice, dall'animo sensibile e al tempo stesso un'artista cosciente, con un'immensa capacità espressiva che non aveva nulla delle formalità, nulla delle falsità del mondo che lo circondava.
La pittura è per lui uno strumento di sopravvivenza emotiva: un modo per affrontare le proprie paure, dare forma ai tormenti interiori, affermare la propria identità. Tele cariche di colore, di tensione, di energia primitiva, che ancora oggi colpiscono per la loro capacità di parlare direttamente all’animo dello spettatore, senza filtri né mediazioni.
Il percorso espositivo mette in luce la sorprendente vicinanza di Ligabue ai grandi protagonisti dell’Espressionismo europeo. Come sottolinea il curatore Mario Alessandro Fiori, Ligabue è stato a pieno titolo “il nostro espressionista”: un artista che, pur lontano dai centri culturali e dalle avanguardie ufficiali, ha saputo interpretare con assoluta autenticità lo spirito di quel linguaggio fondato sull’inquietudine, sulla deformazione, sulla verità interiore.
I suoi volti segnati dal dolore, gli autoritratti intensi e quasi ossessivi, gli animali colti in momenti di lotta, di caccia o di tensione vitale parlano la stessa lingua di Edvard Munch, Egon Schiele, Oskar Kokoschka. E come Van Gogh, Ligabue dipinge scavando nella materia pittorica, affidando al colore – violento e insieme sorprendentemente armonico – il compito di restituire emozioni viscerali. La sua modernità nasce proprio da questa adesione totale al sentimento, da una pittura che non descrive, ma urla, ruggisce, vibra.
Cuore pulsante della mostra sono le opere più iconiche: i celebri autoritratti, in cui Ligabue si osserva e si espone senza pietà, e soprattutto le potenti raffigurazioni di animali. Tigri, leoni, leopardi, rapaci, cavalli, volpi, animali da cortile impegnati in combattimenti accesi: una vera e propria giungla pittorica, aspra e magnetica, che riflette il mondo interiore dell’artista. In questi soggetti non c’è mai semplice naturalismo. Gli animali diventano alter ego, simboli di forza, paura, aggressività, desiderio di riscatto. Sono creature cariche di tensione, colte nell’attimo decisivo, immerse in una natura selvaggia e visionaria che sembra rispondere agli stessi impulsi emotivi dell’uomo.
Nel corso della sua vita Antonio Ligabue realizza un totale di 1050 opere. Fra queste vi è una ripetizione costante di alcuni soggetti da lui prediletti: non soltanto gli autoritratti, ma anche scene campestri, lotte tra Galli, felini feroci e animali da fattoria i suoi famosi autoritratti, ma anche docili cagnolini. Nonostante ciò, l'artista ha la capacità di non realizzare mai due opere uguali.
A causa dei limiti linguistici e dell'isolamento obbligato che si ritrova a vivere, passa molto tempo lungo gli argini del fiume Po, dove consolida il suo rapporto con la natura. Numerosi sono i dipinti in cui, attraverso soluzioni sapientemente studiate, sono presenti animali esotici che l'artista ripesca dal suo bagaglio di ricordi degli anni passati a Zurigo, luogo d'infanzia in cui ha vissuto per i primi 19 anni della sua vita, dove visitava spesso lo zoo, il circo e il Museo di Storia naturale di San Gallo.
"Ligabue in una sola giornata, dipendeva dalla stagione, dal tempo, dall'umore, dall'amore, poteva essere coniglio e lupo, gallo e farfalla, giaguaro e tigre". Questa citazione del poeta e critico d’arte Raffaele Carrieri sottolinea la natura istintiva, mutevole e passionale di Ligabue capace di passare da momenti di estrema fragilità e timidezza (coniglio) a momenti di ferocia creativa e intensità espressiva (tigre).
Il legame tra Ligabue e gli animali precede la sua fama di artista: una connessione profonda, tanto delicata quanto brutale, che ha a che fare con i demoni interiori a cui le scienze psicologiche iniziavano a dar voce nel primo Novecento.
Una prima peculiarità dell’arte di Ligabue risiede nella simbologia: gli animali raffigurati da Ligabue si trasformano in allegorie dei suoi tormenti psichici, che si tratta di animali domestici o di predatori feroci. L'artista utilizza tali figure per trasmettere all’osservatore il proprio conflitto interiore, la derisione e l'emarginazione che quotidianamente viveva.
Una seconda peculiarità della sua pittura risiede nell'azione che l’artista sceglie di far intraprendere alle sue bestie: il momento dell'assalto. Nei suoi dipinti non vi sono né vinti né vincitori, non ci sono animali agonizzanti o morenti, ma dignità, spirito di lotta e sopravvivenza.

Quest'opera condensa tutta la forza istintiva e drammatica del suo universo animale. Il volto della tigre ritratto in primo piano esplode in un vortice di colori accesi e pennellate feroci. L'Arancio, il nero, il bianco diventano materia viva, carne e furia. Lo sguardo dell'animale, insieme minaccioso e sofferente, riflette il tormento dell'artista.
Ligabue non rappresenta una tigre reale, ma un simbolo, la proiezione del proprio spirito selvaggio in lotta con il mondo e con se stesso. In quest’opera, la tensione tra potenza e fragilità trasforma la bestia che si fa grido e identità, ritratto dell'anima dell’artista.
Ligabue cattura l'essenza della natura selvaggia come specchio del proprio mondo interiore, la forza istintiva, la solitudine, il bisogno di affermarsi contro tutto. Le pennellate drammatiche, colori intensi, trasformano la scena in un dramma primordiale dove la vita e la morte convivono in un equilibrio fragile, potente. L'artista non descrive un episodio naturale, ma una visione simbolica, il Leone è l'emblema dell'energia vitale che divora e salva, un alterego che incarna il tormento e la grandezza dell'esistenza in questo scontro.
Tra le diverse peculiarità di toni si denota la volontà di realizzare le opere attingendo al suo bagaglio di conoscenze visive, riproponendo fedelmente ciò che lui stesso ha saputo o potuto osservare, facendo costantemente ricorso alla sua memoria fotografica. Ligabue, inoltre, è un'artista autodidatta che sceglie di non subire alcun tipo di influenza proveniente da colleghi a lui contemporanei.ensioni, il formato e altro ancora.
Non avendo alcun tipo di preparazione accademica, e una possibilità limitata di poter correggere ciò che realizza, Ligabue non fa uso del disegno preparatorio, dipingendo direttamente i suoi soggetti su diversi supporti che ha a disposizione. La sua precarietà finanziaria non gli permette di poter acquistare materiali pregiati per le sue opere. Molte sue opere sono realizzate su faesite, materiale composto da fibre di legno che molte aziende utilizzavano nelle zone di Gualtieri e Guastalla e che spesso Ligabue riusciva a reperire gratuitamente.
La scena esplode di movimento, i cavalli imbizzarriti trascinano l'aratro in una corsa senza controllo, mentre il contadino tenta invano di dominarli. In questo episodio di vita rurale Ligabue trasforma la fatica quotidiana in un dramma epico, il paesaggio vibrante e agitato partecipa alla tensione dei corpi e degli animi. Le pennellate nervose e i contrasti violenti di colore e luce restituiscono la forza indomabile della natura e dell'uomo che vi si misura. La semina diventa così metafora della lotta per la sopravvivenza, ma anche dell'atto creativo, un gesto di energia e disperazione in cui la terra e l'anima vengono scosse dallo stesso impeto vitale.
L’arrivo dei postiglioni diventa per Ligabue un evento epico: il fragore degli zoccoli, il vento, la tensione dei corpi animano un paesaggio che vibra di energia nella concitazione del movimento. In un racconto di potenza e libertà, le pennellate corpose e i colori accesi trasmettono il senso di urgenza e di vita che attraversa tutta la sua opera, è un omaggio al mondo rurale, ma anche la forza primordiale dell'uomo e degli animali, uniti nello stesso respiro selvaggio della natura.
Una coppia di fenicotteri si raccoglie in riva all'acqua. Ligabue trasforma la scena naturale in un sogno cromatico, dove il rosa intenso delle piume si fonde con i toni verdi e turchesi del paesaggio. Eleganti e inquieti, sembrano sul punto di spiccare il volo, di dissolversi. Con pennellate dense, l'artista esprime un senso di meraviglia e di inquietudine. Il desiderio di un mondo libero e chiaro come quello che immagina sulla tela. Nei fenicotteri, sospesi tra grazia e malinconia, si riflette la sua ricerca di bellezza, di riscatto, di libertà.
Un gruppo di cervi si muove tra i boschi, immerso in una luce che filtra tra i rami, come un respiro della natura. Ligabue osserva gli animali con una partecipazione emotiva profonda, trasformando la scena in un ritratto collettivo di grazia e di inquietudine. Le corna si intrecciano come arabeschi, i corpi sembrano vibrare di energia, pronti a fuggire o a sfidarsi. Attraverso pennellate dense e colori terrosi, l'artista restituisce il ritmo vitale del mondo selvaggio, ma anche la sua fragilità. Nei cervi eleganti e vulnerabili si riflette la sua stessa tensione interiore, la paura dell'isolamento, la bellezza di una natura che accoglie e minaccia al tempo stesso. È un canto della vita, dove la forza si misura con la paura, e la solitudine si fa poesia.
In una girandola di colori accesi e di figure in movimento, Ligabue trasforma il circo in una metafora della vita stessa. Animali acrobati e clown popolano uno spazio sospeso tra realtà e sogno, dove ogni gesto è insieme, spettacolo e destino. L'artista guarda al mondo del circo con fascinazione e inquietudine. Dietro la luce dei riflettori si nasconde la solitudine dei protagonisti, il confine fragile tra gioia e dolore. Il circo è un teatro dell'anima, un luogo dove l'immaginazione diventa rifugio e la pittura ancora una volta strumento di libertà.
In Ligabue convivono tre talenti, che l’hanno reso Ligabue l'artista che oggi conosciamo e amiamo: una sviluppata a memoria fotografica, spiccata capacità di saper osservare il circostante, e l’attenta precisione che riserva ai dettagli e ai simboli presenti nelle sue opere.
"Napoleone a cavallo" è un olio su tela, appartenente alla fase finale della produzione di Ligabue. Quest'opera, rimasta incompiuta, rappresenta un’inconsueta incursione dell’artista nel ritratto storico. Raffigura il generale francese con il volto dell'artista stesso, riflettendo un desiderio di auto-celebrazione e immedesimazione in una figura storica di potere.
Per Antonio Ligabue, l’arte ha rappresentato da sempre un’esigenza profonda e istintiva, un modo per affrontare le difficoltà e i tormenti della vita. Questa urgenza espressiva si riflette nella potenza visiva delle sue opere, capaci ancora oggi di emozionare e toccare l’animo dello spettatore.
La mostra celebra il percorso di questo genio visionario in continua evoluzione, mettendo in luce la sua incessante ricerca artistica, caratterizzata da un uso audace del colore – violento ma armonico – e da una forza emotiva intensa. Il suo linguaggio iconografico, al tempo stesso popolare e sofisticato, prende forma in dipinti di grande impatto.










