Quando il mito diventa cinema: l'Odissea secondo il regista americano Christopher Nolan
«Andate a vedere il film, perché è grandioso.
Ma poi leggete il poema, perché è molto, molto meglio»

La dichiarazione del titolo è di Boris Johnson, ex primo ministro britannico ed ex classicista, contenuta in una recensione al film per il Daily Mail. Da quando è uscito, il film Odissea di Christopher Nolan è al centro delle discussioni, cosa inevitabile per un’opera che si confronta con uno dei testi fondativi della cultura occidentale.
Le reazioni sono state diverse: chi ha rivendicato la propria formazione classica come criterio sufficiente per stabilire cosa sia fedele e cosa no; chi ha accolto con favore la rilettura del regista, riconoscendovi una nuova chiave per avvicinarsi al mito; chi ha ipotizzato una banale strategia di marketing costruita attorno alle polemiche; e chi, senza ricercare una fedeltà letterale all’originale omerico, ha trovato nel film la capacità di evocare emozioni e immagini che appartengono alla memoria di tutti, una dimensione poetica.

Quanto ci ha messo di suo, Christopher Nolan, rispetto al poema omerico? La risposta è piuttosto facile: tantissimo. Molti personaggi sono stati eliminati, le conversazioni accorciate o inventate di sana pianta, alcuni episodi sono stati tagliati o accorpati. Per esigenze di tempo, certo – nel mondo antico per ascoltare tutta l’Odissea ci voleva quasi un giorno - e poi l’Odissea è tante cose diverse: la si può definire un racconto di avventure per mare, in un Mediterraneo popolato da mostri, streghe, semidei, giganti; una specie di enciclopedia di piante, animali e popoli con cui avevano a che fare gli antichi Greci fra l’età del Bronzo e quella classica. O anche un lungo preambolo che precede l’episodio narrativo con cui culmina e di fatto si conclude: la vendetta di Odisseo sui Proci, una serrata ed elaboratissima scena di spargimento di sangue.
Fra i temi principali del poema ci sono anche la nostalgia di casa, l’importanza dei legami familiari, il rispetto delle leggi umane e divine, l’amicizia fra giovani maschi, la curiosità per il mondo. Il tema principale del film di Nolan è invece tutt’altro: è una lunga riflessione sul trauma e sul rimorso di un uomo che ha dovuto prendere una decisione dalle conseguenze gigantesche.

Nei poemi omerici e più in generale nella tradizione letteraria greca, Odisseo non si pente mai di avere escogitato lo stratagemma del cavallo con cui l’esercito greco riesce a penetrare dentro Troia e conquistarla nel giro di una notte. Anzi, uno degli aggettivi più associati a Odisseo nei poemi omerici è πτολίπορθος, ptolìporthos, “distruttore di città”. E non è nemmeno per l’inganno del cavallo che gli dei ostacolano il ritorno a casa dei Greci: il mito invece riconduce tutto allo stupro della sacerdotessa troiana Cassandra da parte dell’eroe greco Aiace Oileo durante la presa di Troia.
L’Odissea di Nolan invece ruota intorno alla progressiva presa di coscienza di Odisseo che quanto fatto dai Greci gli si sia ritorto contro, e causerà la caduta della loro civiltà. È la libertà più grande che si è preso Nolan nel ri-raccontare l’Odissea, ma non l’unica, ce ne sono molte altre; le accenneremo soltanto per non fare spoiler.
L’episodio del ciclope Polifemo è stato molto accorciato; il racconto delle proprie peripezie che Odisseo fa al popolo dei Feaci (che nel poema occupa ben quattro libri) non esiste; Odisseo racconta il suo passato alla ninfa Calipso, nella cui scena Nolan ha incorporato anche l’episodio dei lotofagi; Telemaco non va a cercare il padre a Sparta e a Pilo, ma solo a Sparta; l’agguato che gli tendono i Proci non avviene in mare, ma a Itaca. Anche gli dèi – che per la verità nell’Odissea sono molto meno attivi che nell’Iliade – hanno parti minuscole.
Altri elementi sono stati modificati: dopo la guerra di Troia, Elena non è stata soltanto riportata a Sparta da Menelao, è stata anche sfigurata; i Lestrigoni non sono semplicemente degli uomini giganteschi, come nell’Odissea di Omero, in quella di Nolan diventano esseri senza volto interamente ricoperti di corazze di metallo; Agamennone, che nei poemi omerici non è particolarmente caratterizzato come un capo valoroso, e ha un ruolo di primus inter pares più che di leader assoluto, nel film è una specie di condottiero taciturno, ultra-carismatico e rispettato da tutti.
L’armatura di Agamennone, quindi, vuole essere una dichiarazione simbolica. Il re deve apparire diverso dagli altri uomini, ed è proprio questo il punto in cui Nolan incontra nuovamente il mito. Il potere, la politica, nel mondo antico, si costruisce anche attraverso immagini.
Anche sul personaggio di Odisseo Nolan è intervenuto molto: al netto della risolutezza e creatività con cui riesce a uscire da alcune situazioni ingarbugliate, il film non insiste particolarmente sulla sua astuzia (la metis), che invece nel poema è centrale nella sua caratterizzazione. Quello spazio è occupato invece dal rimorso per la guerra e l’inganno del cavallo.
Nel poema omerico, Odisseo è un personaggio «scherzoso, ironico, arguto, pericolosamente ingannevole e a volte un vero e proprio bugiardo», ha scritto la classicista Mary Beard sul Times. «Nel film invece non c’è nemmeno una battuta, e il nostro eroe è molto più monodimensionale, persino impassibile rispetto a quello omerico». Mancano le scene delle avventure sessuali con Circe, che durano un anno, mentre quelle con Calipso sono sottintese.
Altri elementi invece sono stati introdotti senza alcun riferimento alla tradizione letteraria greca. Nel poema non c’è traccia di alcuna statuetta regalata da Penelope a Odisseo, né di un imbroglio architettato da Antinoo, capo dei Proci, per sottrarsi alla guerra di Troia. Elena non si scusa mai per essere stata la causa della spedizione dei Greci. I compagni di Odisseo non si ribellano mai al suo comando, come invece succede nel film appena sbarcano sull’isola di Circe.
Nell’epilogo del film manca poi la scena del poema con la prova del letto, in cui Penelope chiede a Odisseo di spostare il talamo nuziale, in realtà intagliato dentro a un ulivo, per capire se è davvero lui. Alla fine del poema, poi, Telemaco non diventa re, Penelope e Odisseo non vengono esiliati: più banalmente, Odisseo torna a essere il capo di Itaca.

Naturalmente, poi, l’Odissea di Omero non conteneva alcun riferimento ai cosiddetti Popoli del Mare, che invece nel film sono identificati in una sorta di colpo di scena con gli stessi Greci di ritorno da Troia. Peraltro, oggi gli archeologi sono molto scettici sulla possibilità che il collasso di diverse società mediterranee nella tarda età del Bronzo sia stato causato da un’invasione di popoli.

Altri hanno notato la grande rilevanza che nell’opera di Nolan ricopre la pratica dell’accoglienza nei confronti dello straniero (nel film viene definita “la legge di Zeus”). Anche nei poemi omerici ha una grande importanza. Per alcuni classicisti, l’attenzione data da Nolan a questo aspetto rende il suo film l’adattamento più fedele all’originale, al di là delle modifiche alla trama. Un discorso simile si può fare per l’insistenza del film sull’importanza della sepoltura: nella Grecia antica era ritenuta indispensabile per accompagnare degnamente un morto nell’aldilà.

Ma perché l'Odissea continua ad affascinarci così tanto? La risposta potrebbe non essere soltanto la storia del protagonista, ma la sua capacità di essere riscritta all’infinito senza mai perdere la sua forza e il suo fascino. Nel corso dei secoli sono cambiati i modi e le regole del racconto, ma la storia dell’eroe in viaggio non ha mai smesso di tenerci incollati alle pagine di un libro o allo schermo di un cinema.
Forse è proprio questo approccio che può aiutarci a spiegare perché l’Odissea continui a coinvolgerci dopo quasi tremila anni. Non ci chiede di identificarci con Odisseo, Penelope, Telemaco, Agamennone, Circe o qualsiasi altro suo personaggio, ma lascia spazio a esperienze nelle quali, in momenti diversi, ognuno di noi può riconoscersi. Per questo può essere riscritta ancora e ancora senza diventare davvero la stessa storia: ogni epoca, e ogni persona, finisce per ritrovarvi qualcosa di proprio.

Per concludere, il SEGNALIBRO DELL’ORSO si chiede: ma Nolan ha davvero politicizzato l’Odissea? La risposta non è semplice. Il regista propone una lettura contemporanea del viaggio di Ulisse, centrata sul trauma della guerra e sulla responsabilità di chi esercita il potere, ma il poema omerico è da sempre un racconto di conflitti, gerarchie e rapporti politici.

Alla fine, la questione non è nemmeno stabilire se Nolan abbia tradito Omero. L’Odissea è sopravvissuta proprio perché è stata cantata e, se così possiamo dire, continuamente trasformata infinite volte. Le riscritture sono anche forme di trasformazione.

Quindi, oggi, la domanda più interessante riguarda il significato che scegliamo di attribuirle. Vogliamo vedere in Odisseo l’eroe che torna a casa? Vogliamo vedere l’uomo che deve interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni? Vogliamo raccontare la vittoria di Troia? Vogliamo vedere il re che riconquista il proprio regno? Oppure il viaggiatore che comprende che nessun ritorno può davvero riportarlo al punto di partenza? L’Odissea continua a vivere perché non ci offre risposte definitive. È un poema sul movimento, sull’impossibilità di restare uguali a sé stessi. Per questo ogni epoca canta il proprio Ulisse.









