Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse secondo ELENA GIORDANO
Ci sono romanzi capaci di specchiarsi nella realtà
con una precisione quasi fatale, fondendo la finzione letteraria
con una misteriosa drammaturgia del fato.
Quello che segue è un articolo di Elena Giordano, laureanda alla. Facoltà di Giurisprudenza presso Alma mater studiorum dell’Università di Bologna, nonché scrittrice che ha pubblicato con le Officine Editoriali da Cleto il romanzo “A volte accade che” entrato nella rosa dei finalisti della 6a edizione del Premio Firenze in letteratura. Nata a Brescia nel 2002, vive a Lamezia Terme dall’età di sette anni, per un periodo ha vissuto e studiato a Roma. Scrive racconti e poesie, “A volte accade che”, è il suo primo romanzo.

Chi ha l’abitudine di comprare montagne di libri pur sapendo di non avere il tempo per leggerli tutti sa che ci sono volumi lasciati sugli scaffali in attesa. E a volte si rivelano a noi esattamente nel momento perfetto: quel preciso istante della vita in cui una pagina custodisce le risposte che stavamo cercando. È quello che mi è successo riprendendo in mano Narciso e Boccadoro in una calda e attonita sera d’estate. L’autore Hermann Hesse ci accompagna con sapienza letteraria nelle radici di un Monastero fatto di conventi e boschi, parlando d’amore, di vocazione, di partenze e di futuri ritorni.
Per chi non lo conoscesse, la trama ruota attorno ad un’amicizia profonda e ineluttabile tra due giovani uomini nel monastero di Mariabronn. Inizialmente Hesse ci svela Narciso: un novizio erudito, freddo, rigoroso e dedito alla razionalità, alla teologia e alla disciplina interiore. Ma un giorno arriva un nuovo studente, Boccadoro. Spirito libero, sensibile, intellettualmente dotato, si presenta come l’esatto opposto di Narciso: un’anima inquieta e tormentata dal richiamo interiore dell’ignoto, come un moderno Ismele di Moby Dick che si spinge alla ricerca della sua balena bianca nascosta nei mari lontani e ignoti.
Come Narciso era scuro e scarno, così Boccadoro era fiorente e luminoso. Come Narciso era un pensatore, portato all’analisi, così Boccadoro sembrava un sognatore. Ma un elemento comune faceva da ponte fra i contrasti: entrambi erano creature nobili, doti e segni evidenti li distinguevano dagli altri, ed entrambi avevano ricevuto uno speciale ammonimento dal destino.
Quando Boccadoro si accorge che la sua strada non è quella della clausura in monastero, fugge nel mondo alla ricerca della madre perduta, metafora del principio della vita terrena, dei sensi e delle emozioni. Si tratta dunque di una ricerca della propria natura alimentata da passioni forti, gioia e dolore senza filtri intellettuali. Boccadoro parte lontano come chi fugge per paura di conoscersi davvero, o chi scappa per paura di riconoscersi negli occhi di un altro: negli sguardi tristi e severi di un Narciso che, sin dal primo giorno, gli aveva teso la mano per aiutarlo negli studi.
Quando Boccadoro parte cavalcando sentieri desolati e ignoti alla ricerca della sua vera identità, Narciso resta nel monastero a coltivare il suo intelletto dando forma a quella che Milan Kundera, nel suo libro L’insostenibile leggerezza dell’essere, chiama la teoria dell’eterno ritorno riprendendo la filosofia di Friedrich Nietzsche. Accade, infatti, che anni dopo i due personaggi si ritrovano, ormai adulti, capendo che l’uno non può fare a meno dell’altro: rappresentano le due metà complementari dello spirito umano.
Ci sono romanzi capaci di specchiarsi nella realtà con una precisione quasi fatale, fondendo la finzione letteraria con una misteriosa drammaturgia del fato. A volte accade di incontrare persone che incarnano l’esatto opposto di noi stessi: magari tu sei concentrato sul tuo percorso già tracciato - gli ultimi anni di università, la struttura mentale di chi studia i diritti umani, il rigore di chi pubblica libri per avere un porto sicuro in cui sfogarsi - e all’improvviso arriva qualcosa che profuma di un mondo sconosciuto o che, forse, ti eri imposto di ignorare per paura dell’ignoto per preferire la disciplina di un Narciso austero.
Basta una notte passata a parlare di politica, filosofia, lingue, letteratura latina o imperi lontani, un bacio dato un attimo prima della fuga, per rimescolare le carte che avevi accuratamente messo sul tavolo. E, così, Narciso si sveglia e una mattina all’alba si rende conto che quella ricerca di superare confini globali e istituzioni lontane lo attrae molto più della strada di studio e diligenza che aveva percorso sin da bambino.
Eppure, la magia di certe frequentazioni lampo ha radice proprio nella loro natura effimera. Ci sono persone che non arrivano per restare, ma come un fulmine a ciel sereno servono per scomporre equilibri creati come trappole per i nostri veri sogni. Ci sono persone che ti aprono una porta, ti mostrano un panorama che ignoravi e poi ripartono per la loro strada. Nessun litigio, nessun odio solo un sentimento che non basta a creare terreno fertile. Ma c’è un altro insegnamento in questo romanzo: bisogna diffidare di chi si mostra sfuggente o, peggio, nutre invidia tacita verso i nostri scritti o successi, anche quando siamo noi a provare un’immensa ammirazione nei confronti dell’altra persona.
All’inizio Boccadoro nutre una sorta di invidia mista a disagio di fronte al rigore geniale di Narciso. Ma la verità è che l’eros autentico non può basarsi sul sentirsi inferiore e invidioso della luce dell’altra persona. Il vero eros si basa sulla stima reciproca che è il presupposto necessario di qualsiasi legame sano.

Da qui arriva il vero insegnamento: bisogna prima imparare ad inseguire i propri sogni, coltivando passioni e progetti personali con dedizione, per poterli condividere e unire a quelli dell’altra persona con cui decidiamo di restare. Spesso, la mancanza di un obiettivo o di una rotta ben definitiva rischia di trascinarci alla deriva verso desideri amorosi, proiettando su altri ambizioni che invece sono nostre. Ma se dentro di noi lasciamo vivere il vuoto rischiamo di nutrire l’insostenibile peso di quello che desideriamo della vita altrui.
Nel capolavoro di Hesse, la storia non si chiude con un addio definitivo, nonostante la partenza di Boccadoro. Negli ultimi capitoli dopo anni di perdizioni nei boschi più selvaggi, amori e creazioni artistiche, un Boccadoro ormai stanco del suo vagabondare, comprende che Narciso lo ha sempre amato profondamente. Ma nella vita reale non sempre ci sono ritorni, non sempre c’è un Ulisse che torna da Telemaco o un Boccadoro che torna da Narciso. Non siamo personaggi letterari, siamo solo individui reali che possono, tuttavia, permettersi di paragonare le proprie vicende personali ad una finzione letteraria. Alla fine, la vera riconciliazione non è con chi se ne va, ma con noi stessi.

Si ringrazia Elena Giordano che ha fornito il testo dell’articolo e indicato le immagini da utilizzare. Il segnalibro dell’Orso (link qui) ha recentemente recensito il suo romanzo “A volte accade che”.









