LA MALEDIZIONE DI VERONICA l’ultimo thriller di Andrea Improta
Un giallo che coinvolge la mente e tocca le emozioni,
ancora una conferma del talento di Andrea Improta
nel costruire storie avvincenti e ricche di atmosfera.

E siamo a tre. Andrea Improta scrive un giallo avvincente, con protagonista il Commissario Manfredi, ogni due anni e con questo La maledizione di Veronica ha rispettato i tempi. Glielo impongono i lettori, desiderosi di conoscere le nuove avventure dei personaggi a cui si sono affezionati: Manfredi, che svolge le indagini in tutti e tre i gialli, ma anche la sua compagna, il gatto e Salvo, il braccio destro del commissario.

Lettori attenti e molto critici, come del resto tutti quelli che amano il genere investigativo, capaci di scoprire il più piccolo errore e se lo commetti la tua carriera di giallista è finita. Ecco perché Andrea Improta dedica molte energie alla struttura della storia e alla revisione del testo. Impegno notevole ma svolto con passione e divertimento.

Anche in questo romanzo, come nei precedenti Il rifrullo del diavolo e Dovevo uccidere, la storia è dominata da una sorta di maledizione e di arcano irrisolto, da cui il commissario Manfredi e il suo aiutante Salvo, come al solito, sono attratti: la leggenda della Colonna di Piazza Santa Felicita a Firenze, il cui capitello è vuoto, perché ogni volta che vi viene posto sopra qualcosa, misteriosamente cade giù sull’asfalto e si sfracella in mille pezzi.

Nella Piazza di Santa Felicita, Andrea Improta ha collocato un albergo (nella realtà non esiste) dove, nella camera numero 5, una ragazza viene trovata morta, soffocata da un cuscino. La trama, pertanto, inizia con un omicidio e quindi si rimane subito presi dalla storia, che si legge tutto d’un fiato, perché l’autore è ormai giallista di razza buona, svela i fatti determinanti, che ci permettono di andare avanti nella trama, un poco alla volta, tenendo sempre alta l’attenzione del lettore, che viene coinvolto dai ragionamenti degli investigatori, entrando così facilmente nel mondo magico della narrazione e rimanendoci invischiato sino alla fine del libro.

Questa capacità di coinvolgimento è tipica del modo di narrare di Andrea Improta ed è presente anche nei due precedenti gialli. I libri sono tutti autoconclusivi, sono però in ordine cronologico, sarebbe bene leggere anche gli altri nell’ordine in cui sono stati scritti, perché le vite dei personaggi ricorrenti si evolvono e il lettore si immerge con interesse e piacere nelle loro vite, nei loro destini. “Dipingere delle vite e disegnare i personaggi” questo è quello che fa con maestria Andrea Improta.

I personaggi sono ben caratterizzati, ognuno ha il suo temperamento, i suoi gusti, le sue peculiarità, il suo linguaggio, sono delineati con precisione e completezza i profili, anche di quei personaggi più difficili da profilare, perché svolgono mansioni tecniche specifiche particolari, come il medico legale.

E allora Andrea Improta, da ottimo professionista della narrazione qual è, si documenta, legge, studia, ma cerca anche di conoscere e parlare con un vero medico legale oppure fa di tutto per riuscire a contattare – e ci riesce – un vero commissario di polizia per ottenere informazioni utili per dipingere con efficacia il personaggio. Questa attività collaterale – dice l’autore – è molto impegnativa, ma è anche ciò che più rende appassionante il mestiere dello scrittore.

Nei libri di Andrea Improta si affrontano sempre temi importanti: in questo si parla dell’amore malato, deviato, che conduce a femminicidi, violenza sui ragazzi e ragazze, forme di amore molto insolito, che vanno a finire nella follia; tematiche che l’autore utilizza per toccare la sensibilità di chi legge e per denunciare quanti orrori purtroppo ci sono nel mondo.

L’amore tossico non è soltanto quello del rapitore per la sua vittima, che prima di seviziarla, la cura con tenerezza, ma anche l’amore del genitore nei confronti al figlio; qui abbiamo un padre ossessivo e compulsivo che per gelosia della figlia, avendo perso la moglie, la rinchiude in una gabbia, diventa una specie di carceriere.

L’ambientazione del romanzo è a Firenze, non soltanto perché è la città di residenza dell’autore, ma anche perché Andrea Improta ama trasformare la città in un personaggio. Non è la Firenze da cartolina a uso e consumo del turismo di massa, ma una Firenze più vera, più schietta, fatta di stradine, di vicoli, di leggende, di storie popolari genuine, ma anche una Firenze degradata, più nera, più cupa, più misteriosa e soltanto chi ha le proprie radici in tale contesto può evocarlo con realismo ed efficacia.

La maledizione di Veronica non è soltanto un thriller ben strutturato, ma un viaggio nelle zone più oscure dell'animo umano, dove il confine tra paura, destino e verità diventa sempre più sottile. Quando si arriva all'ultima pagina, non resta soltanto la soddisfazione di aver risolto un enigma, ma anche una sensazione persistente, quasi inquietante, che continua ad accompagnare il lettore.

È uno di quei romanzi che lasciano un segno perché, oltre a raccontare una storia, costringono a guardare dentro le proprie paure e a chiedersi quanto del nostro destino sia davvero scritto e quanto, invece, dipenda dalle scelte che compiamo ogni giorno. Un finale che emoziona, sorprende e rimane nella memoria molto tempo dopo aver chiuso il libro.

Il SEGNALIBRO DELL’ORSO consiglia La maledizione di Veronica di Andrea Improta perché è molto più di un semplice thriller: è una storia che cattura, inquieta e lascia il segno. Quando l'ultima pagina si chiude, il mistero è risolto, ma le emozioni restano. Un romanzo capace di tenere il lettore con il fiato sospeso fino alla fine e di ricordargli che, spesso, le maledizioni più terribili nascono dall'animo umano.

Le foto sono relative alla presentazione del romanzo La maledizione di Veronica di Andrea Improta pubblicato dalla Casa Editrice Incipit23 avvenuta il 19 settembre 2026 al Caffè Letterario Il Conventino di Firenze.









