Tra storia, potere e passioni: i Demidoff e Matilde Bonaparte nel romanzo storico di Roberto Mosi
Roberto Mosi riscopre i Demidoff e Matilde Bonaparte:
un affresco storico avvincente

Roberto Mosi ha sempre coltivato la passione per la scrittura, si è distinto in moltissime produzioni poetiche di notevole pregio, premiate e riconosciute dalla critica. Il Segnalibro dell’Orso prossimamente sui occuperà di “Ritorni”, un’antologia di poesie sull’Isolotto e su Rifredi, una raccolta diversa da tutte le altre perché contiene, con semplicità, senza retorica, senza metafore o allegorie, tutto il vissuto del poeta, visto che è la zona di Firenze dove Roberto Mosi ha passato gran parte della vita.
Anche in questo lavoro sui Demidoff e Matilde Buonaparte, Mosi è testimone diretto perché abitava ai margini della villa Demidoff, ha vissuto la trasformazione del parco, l’ascesa e il declino della residenza che veniva paragonata alla reggia di Versailles e che faceva concorrenza in maestosità a Palazzo Pitti, fino alla crescita a dismisura della speculazione edilizia, con la trasformazione avvenuta nell’ultimo mezzo secolo. Come dice Mosi però c’è una storia e una memoria da liberare dalle “sabbie della storia” con i libri e con le iniziative culturali di recupero.
Tra le iniziative concrete che Mosi propone c’è il recupero dell’Odeon, l'edificio neoclassico progettato da Giovan Battista Silvestri per la famiglia Demidoff nell'ambito della tenuta di San Donato a Firenze e, come un Pantheon, potrebbe diventare un centro di documentazione dei rioni di Novoli e di Rifredi. Questo impegno Mosi lo porta avanti con la sensibilizzazione del pubblico e delle istituzioni, per mezzo delle varie presentazioni del suo libro, (tra l’altro premiato con il Premio Casentino). Coadiuvato dalla Biblioteca Filippo Buonarroti, all’interno di Villa Pozzolini a Novoli, cerca di arrivare alla raccolta di firme (ne occorrono 250) per una petizione popolare ai sensi dello statuto del Comune di Firenze per portare all’attenzione del consiglio comunale la realizzazione di un centro di raccolta della memoria su questi luoghi.

Si diceva del Mosi poeta, ma questo bel volume edito da Angelo Pontecorboli per la Collana Stranieri e Firenze, mette in luce uno scrittore che ha affinato la sua maestria nello scrivere questi che non sono saggi e nemmeno romanzi, ma prodotti originali e leggibilissimi. Mosi poi abbina all’eleganza formale dello stile di scrittura, che gli proviene dalla grande passione per la poesia, alla precisione della narrazione storica, dovuta alla ricerca paziente e capillare dei documenti e delle fonti, il tutto nella cornice del divertimento (nostalgico) per narrare di luoghi di cui è stato diretto testimone. Storico puro ma da poeta.
Chi erano i Demidoff? Occorre mettere subito in evidenza che ebbero un'importanza notevole, specialmente nel contesto toscano e fiorentino dell'Ottocento, distinguendosi come una dinastia russa di ricchissimi industriali, mecenati e collezionisti d'arte. La famiglia dei Demidoff manifestò fin da tempi antichi uno spiccato senso imprenditoriale che l’ha portata ad accumulare di generazione in generazione ingentissime ricchezze impiegate prima in Russia e poi in Italia, in imprese filantropiche e di promozione della cultura.
Il primo artefice della ricchezza familiare fu Demid Antuf'ev, un artigiano che esercitava la professione di fabbro a Tula, nel XVII secolo. Suo figlio Nikita aveva continuato l'impresa paterna, specializzandosi nella realizzazione di armi: nel 1672 inventò un fucile economico che attirò l'attenzione dello zar Pietro il Grande che, dopo essersi recato a Tula, concesse a Nikita il permesso di costruire la prima fabbrica d'armi in Russia.
Il figlio di Nikita, Niccolò, dopo la guerra prima contro i Turchi e poi contro Napoleone, si dedicò alla carriera diplomatica: nel 1822, dopo vari viaggi in Europa, si stabilì a Firenze, che da allora divenne la patria di elezione della sua famiglia. Instancabile collezionista di opere d'arte e finanziatore di iniziative umanitarie e filantropiche, fondò una scuola e un asilo infantile per i fanciulli poveri nel quartiere di San Niccolò e promosse la costruzione di una sontuosa villa nella zona della chiesa di San Donato in Polverosa, chiamata appunto Villa San Donato o Villa Demidoff.
Da questa fastosa dimora, un tempo circondata da un ampio parco, i Demidoff influenzarono profondamente la vita culturale cittadina, attraverso il magnifico stile di vita che vi conducevano, quasi una sfida alla nobiltà toscana di allora. Dimostrando una grande attenzione al mondo dell'arte e della cultura, raccolsero una straordinaria collezione e favorirono la conoscenza in Toscana della pittura storica francese (Ingres, Delacroix, Delaroche) e la diffusione dell'arte applicata di altissimo livello, soprattutto nel campo del mobilio e degli object d'art, proteggendo artisti come Lorenzo Bartolini e Giuseppe Bezzuoli. La fastosa residenza, abbandonata dai Demidoff e danneggiata durante la Seconda guerra mondiale, è stata ristrutturata nel 2012.
Anatolio Demidoff, figlio di Niccolò, fu nominato principe di San Donato dal granduca Leopoldo II (1838). Ricchissimo committente di artisti, fece realizzare un monumento al padre da Lorenzo Bartolini, che donò in seguito al comune di Firenze e che si trova oggi in piazza Demidoff, vicino al Ponte alle Grazie. Nel 1840 sposò Matilde, figlia di Girolamo Bonaparte, il fratello minore dell’imperatore Napoleone.
Il mecenatismo dei Demidoff era una non trascurabile fonte di guadagno per gli artisti italiani; d’altra parte, nelle lussuose dimore che i Demidoff avevano in Russia, a Pietroburgo, a Mosca, negli Urali, in Siberia, gli artisti russi potevano far conoscenza di alcuni fra i più bei nomi della pittura e della scultura europea. Tra gli autori preferiti c’erano i più famosi nomi dell’arte italiana dell’Ottocento, Canova, Tadolini, Bartolini. È noto che già negli anni Trenta dell’Ottocento la galleria della villa di San Donato era ritenuta una delle più ricche collezioni private del mondo dell’arte classica e dell’arte europea contemporanea: vi figuravano quadri di pittori come: Perugino, Andrea del Sarto, Tiziano, Tintoretto, Schiavone, Bronzino, Leandro Bassano, Murillo, Ribera, Velazquez, Zurbaran, Poussin ed ancora di pittori di scuola olandese e di quella fiamminga. Fra le molte opere di artisti contemporanei, a Villa San Donato, primeggiavano quelle dei francesi, Fragonard, David, Ingres, Delacroix, Demarne e Vernet.
Nipote dell’imperatore Napoleone Matilde Bonaparte era figlia del re Girolamo Bonaparte e della sua seconda moglie Caterina, principessa di Württemberg. La famiglia di Matilde, proscritta dalla Francia dalle potenze alleate, è nata in esilio, un anno prima che Napoleone morisse a Sant’Elena. Cresciuta ed educata a Roma e a Firenze, diviene giovane sposa di un moujik parvenu, Anatolio Demidoff, e così fu di nuovo celebrata sia alla corte dello Zar che nei salotti parigini.

All’arrivo a Firenze nel 1831, la famiglia di Girolamo Bonaparte acquistò palazzo Orlandini, una dimora prestigiosa, in via de’ Pecori, ricca di stucchi e di pitture e ben presto furono aperte le sale alla migliore società della città, invitata a intrattenimenti di musica, di ballo e di gioco ed accolta secondo lo stile di una piccola corte con un preciso cerimoniale: un ciambellano precedeva ed annunciava gli invitati e i valletti in livrea verde ed oro, secondo il modello napoleonico, aprivano le porte a due battenti. A Girolamo ed alla sua consorte veniva dato il titolo di “Maestà”, la principessa aveva dame d’onore mentre dietro al principe stava, in una posizione solenne, un cavaliere.
Matilde stessa dipingeva e nel suo atelier conversava con artisti e intellettuali, tenendo lontana la monotonia degli impegni giornalieri; la precettrice di questi anni era Ida Botti Scifoni che le teneva lezioni di disegno e lavorava con lei, a fianco a fianco nel dipingere paesaggi e ritratti. Ida Botti presentò poi a Matilde Bonaparte Amelia Calani, contribuendo a creare nel salotto della villa Demidoff una sorta di enclave femminile dove si discuteva di arte, di moda, di vestiti, di balli.
Amelia Calani, poetessa e giornalista, si impegnò nella promozione degli ideali risorgimentali e dell’emancipazione della donna, collaborò con il movimento di diffusione degli asili infantili, visitò le maggiori città d’Italia per verificare le condizioni sociali, morali, politiche in cui la gente viveva e per coordinare e collegare gli esponenti dei diversi Stati al fine di dar vita ad un unico movimento insurrezionale. Nel 1848 quasi tutti i partecipanti del suo salotto ebbero una parte importante nella rivoluzione antiaustriaca.

Nel 1840 ebbe luogo il matrimonio di Matilde Bonaparte con Anatolio Demidoff che rappresentò una vera e propria alleanza fra l’orgoglio imperiale napoleonico e il denaro, un nodo stretto fra i fili del potere, proprio nell’anno in cui si stavano per trasferire i resti dell’imperatore da Sant’Elena a Parigi. Matilde aveva vent’anni e da nove viveva a Firenze con la famiglia dopo gli anni trascorsi a Trieste e a Roma.
Il matrimonio fu fissato il primo novembre nella cappella ortodossa della villa di San Donato, celebrato dal pope della legazione russa. La sposa era bella e affascinante, con un vestito scollato e finemente ricamato, risaltava sulla pelle candida la collana di sette fili di perle bianche splendenti, che l’imperatore Napoleone aveva donato a sua madre. Anatolio si mostrava fiero, molto innamorato, il suo nuovo titolo di principe di San Donato, la sua parentela con l’imperatore di Russia, rappresentavano elementi preziosi per soddisfare appieno la sua vanità.
Erano stati diversi gli ostacoli da superare per arrivare alle nozze, innanzitutto la questione del matrimonio misto, Anatolio era di religione ortodossa e occorreva il consenso dell’imperatore di Russia. La questione fu risolta e inoltre, in occasione del matrimonio, il granduca di Toscana conferì ad Anatolio il titolo di principe di San Donato. L’arcivescovo di Firenze fu autorizzato a dare la benedizione nuziale nella chiesa di Quarto, facendo però firmare ad ambedue gli sposi la promessa di crescere i figli nella religione cattolica. Il sinodo ortodosso, da parte sua, aveva richiesto che i figli fossero allevati nella religione ortodossa; tuttavia Anatolio aggirò l’ostacolo presentando a Matilde il documento scritto in greco che la giovane, non comprendendone il significato, firmò.

Il viaggio a San Pietroburgo, nell’inverno russo, per incontrare lo zar, segna un punto di svolta. Gli sposi partirono da Firenze per Roma dieci giorni dopo il matrimonio ma appena arrivati nella città, Anatolio si scontrò con l’ambasciatore russo Potemkine e per poco non venne alle mani. L’ambasciatore era venuto a sapere che nel corso delle due cerimonie per il matrimonio, quella di rito cattolico e quella di rito ortodosso, in maniera contraddittoria, erano stati firmati due documenti analoghi riguardo all’impegno sulla educazione dei figli. L’ambasciatore scrisse a San Pietroburgo e, per via telegrafo, fu ordinato ad Anatolio di recarsi nella capitale russa per rendere conto allo zar del suo comportamento, sotto la minaccia della confisca dei beni. Questo fu per Matilde, che sognava un viaggio di nozze nel sud dell’Italia e in Francia, l’inizio della vita matrimoniale. Tornati rapidamente a Firenze, Matilde decise, dopo una breve riflessione, di accompagnarlo a San Pietroburgo per far valere, per quanto possibile, l’influenza della sua parentela con lo zar. Lasciarono la città verso la metà del mese di gennaio e arrivarono a Vienna, dove il termometro segnava dieci gradi sottozero.
I dissensi di questa unione, non fondata sull’amore bensì su un rapporto di convenienza economica e sociale, presto la fecero precipitare in un disastro relazionale segnato da orgoglio, tradimenti e violenze. (nel 1847 avvenne definitiva separazione della coppia). Anatolio non fu ben accolto in Russia sia per la cattiva fama che l’aveva preceduto sia per gli atteggiamenti che il suo carattere irascibile, tenebroso, lo spingeva ad assumere; la giovane principessa, invece, fu accolta con ogni riguardo. L’imperatore Nicola I, legato a lei da vincoli di parentela, l’accolse con affetto e nell’ultimo incontro che ebbe con lui prima della partenza dalla Russia, le disse che se un giorno avesse avuto dei dispiaceri dal marito, non doveva mai dimenticare che lo zar sarebbe stato sempre disposto a prendere le sue difese.
Lasciarono infine San Pietroburgo ed entrarono in Francia da Strasburgo; arrivarono a Parigi il 17 agosto 1841. Anatolio risiedeva allora in un palazzo di rue de Bourgogne, una casa non grande ma ricca di opere d’arte che a Matilde la facevano sembrare il palazzo delle fate; e tutto questo a Parigi! Al ritorno a Firenze dopo il lungo soggiorno in Russia e in Francia, Matilde poté riabbracciare finalmente, dopo tanto tempo, la baronessa Maria Madeleine de Reding, fedele amica e governante.
La vita fiorentina comunque era ricca di impegni per Anatolio. C’era un’intera villa da rimettere in ordine per continuare e portare a termine i lavori iniziati dal padre Nicola Demidoff; si gettò con entusiasmo nell’imprenditoria serica, realizzando una piantagione di quarantamila gelsi per l’allevamento industriale di bachi da seta che dava lavoro a duecento donne. Nella villa, in particolare, venne eseguita una serie di affreschi affidata al pittore Carlo Morelli. La villa di San Donato. alla quale, in onore della novella sposa, veniva dato il nome di Villa Matilde, era circondata da giardini, boschetti, viali alberati, chioschi, tempietti, le serre, di grandi dimensioni, erano state arricchite di piante preziose comprate a Vienna nel viaggio di ritorno dalla Russia.
I principi di San Donato erano la coppia più in vista nella città, ricevuti spesso dal granduca di Toscana e corteggiati dall’aristocrazia fiorentina. Le feste a villa Matilde erano molto frequentate; i domestici, nei costumi del popolo circasso, offrivano piatti ricercati e versavano da bere senza limiti, si degustava, si ballava nei saloni e all’aperto, si tenevano serate alle quali partecipavano i cantanti e i musicisti più celebri. Una di queste feste in costume fu data per beneficenza nel 1844 e rimase nella memoria dei fiorentini: dalla porta al Prato fino a San Donato, alla villa, per tutta la lunghezza del percorso fiaccole accese ai lati delle strade illuminavano a giorno ed un servizio di polizia vigilava sulla folla accorsa per l’evento.

Negli ultimi giorni del dicembre 1845 giunse a Firenze lo zar, l’imperatore di Russia Nicola. Raggiunse villa Matilde dove fu accolto in maniera solenne, come si usava in Russia: tutti si inginocchiarono davanti a lui, dai principi all’ultimo servo della famiglia; volle poi parlare da solo con Matilde e le fece conoscere i suoi sentimenti. Furono molti gli episodi di questo periodo che portarono ad una rottura completa fra moglie e marito. Durante una festa Anatolio passò vicino alla moglie mentre aveva al braccio la duchessa di Dino che si diceva fosse la sua amante, “uno sguardo di questa ed una esclamazione dell’altra” fecero perdere il lume della ragione ad Anatolio che schiaffeggiò violentemente Matilde davanti a tutti gli invitati.
In un’altra occasione, la principessa fece il suo ingresso trionfale nella grande sala da ballo, fra un mormorio generale di sorpresa, nel costume di Diana, “coperta solo da una semplice pelle di tigre ed una faretra ripiena di frecce”, il principe, in un moto di gelosia, si scagliò violentemente contro la moglie. Matilde, d’altra parte, si sentiva costretta a chiedere al marito aiuti pecuniari per il padre Girolamo, sempre con le tasche vuote e sommerso dai debiti, una volta, per impietosirlo, gli si getto davanti in ginocchio, supplicandolo ma il principe suonò il campanello che aveva a portata di mano e fermò per le spalle Matilde; comparve immediatamente l’intendente con alcune persone di servizio e Anatolio fece notare, con orgoglio, che inginocchiata davanti a lui era la nipote di Napoleone che chiedeva denari per il padre.
La situazione era ormai matura per prendere una decisione definitiva. Matilde fuggi a Parigi nel settembre 1846, portando con sé i gioielli della sua dote, che erano stati acquistati da Anatolio per risanare i debiti del suocero Girolamo. Nonostante questo, Demidoff fu condannato da un tribunale di San Pietroburgo a versare a Matilde una pensione annua di 200 mila franchi e non fu in seguito in grado di recuperare i suoi gioielli; la loro separazione fu resa giuridicamente vincolante nel 1847 con una decisione dello zar Nicola I.

La principessa fu in Francia una figura di rilievo nel panorama culturale della seconda metà dell’Ottocento; mise a frutto le esperienze e le passioni coltivate negli anni trascorsi in Toscana, che, insieme al proprio spirito di indipendenza, all’intelligenza, alla cultura, le permise di aprire il salone parigino a giornalisti, intellettuali e uomini di potere, da Anatole France a Marcel Proust, a Gustave Flaubert e ad artisti di diverse discipline, come Gustave Dore, Paul Baudry, William Adolphe Bouguereau, tanto da venir ribattezzata Notre-Dame des Arts. riunisce intorno a sé i letterati Flaubert e Gautier, Sainte-Beuve e Alfred de Musset, Turgenev e Maupassant, favorisce le carriere di chi frequenta il suo salotto, il suo mondo e ad Émilien de Nieuwerkerke, il suo amante per quindici anni, riserva una sorte speciale: diventa direttore dei musei nazionali e poi imperiali, soprintendente alle Belle Arti e, infine, senatore. Si può affermare che insieme dominano la vita artistica del Secondo Impero.

Dopo la separazione da Matilde Bonaparte, Anatolio Demidoff trascorse ancora tredici anni a Firenze, con una vita piena di impegni nella comunità fiorentina, ricca di iniziative sociali e culturali, di attività mondane, di viaggi e di relazioni nazionali e internazionali, finché decise di trasferirsi a Parigi, nel 1859, nella residenza di rue Saint-Dominique, dove mori per una congestione polmonare il 29 aprile 1870. Dell’ultimo periodo fiorentino ricordiamo la vita raffinata che condusse, le feste eleganti che si tennero alla villa di San Donato, alcune dedicate anche agli ufficiali austriaci delle forze militari presenti in Toscana; fondò, d’altra parte, ospedali, orfanotrofi e istituì un comitato internazionale per aiutare i prigionieri della guerra di Crimea, donò un milione di rubli per finanziare quella guerra e lo zar Alessandro II di Russia lo nominò ciambellano e consigliere di stato. Il principe Demidoff nel 1859 lasciò definitivamente Firenze pochi giorni dopo la partenza del Granduca da Palazzo Pitti, per raggiungere Parigi, È facile immaginare il saluto che rivolse alla città e ai fiorentini:
Nel 1871 il nipote di Anatolio, Paolo Demidoff si stabilì a Firenze e ne fece la sua patria adottiva proseguendo l’opera filantropica del nonno e dello zio. Realizzò nuovi interventi per abbellire la già magnifica villa. Nel 1880 Paolo Demidoff decide di costruire una nuova residenza sulle colline di Firenze, a Pratolino, mosso dal desiderio di realizzare un’opera nata da un suo progetto con il segno delle sue scelte personali e organizza un’asta dei beni della villa, per recuperare risorse per la nuova residenza. La celebre asta che richiamò l’attenzione di tutto il mondo della cultura ebbe inizio a San Donato in Polverosa il 15 marzo 1880. Fu un evento epocale. “Stavano col fiato sospeso l’Arciduca Carlo d’Asburgo, il conte di Chateaubriand, l’ambasciatore belga, diversi dei Rothschild, i direttori dei musei di Parigi, Berlino, Bruxelles, Anversa, un numero imprecisato di antiquari.

La collana di sette fili di perle donata da Napoleone alla madre di Matilde, Caterina regina di Vestfalia, segna i passaggi del racconto e l’intreccio con altri personaggi illustri dell’Ottocento ad iniziare dal principe Anatolio Demidoff. Risplende improvvisa nelle mani dell’imperatore dei francesi alle Tuileries, che la cinge al collo di Caterina al momento delle nozze nel 1807 con il fratello Girolamo, re di Vestfalia. La vediamo brillare al collo di Matilde, felice ed emozionata, il giorno del matrimonio a Firenze nel 1840 con Anatolio Demidoff, principe di San Donato, nella sontuosa cappella ortodossa della Villa, sotto gli occhi vigili dei santi delle terre d’oriente; e nel cofanetto dei suoi tesori nella notte della fuga da Firenze nel 1846 insieme all’amante, il conte Émilien de Nieuwerkerke, verso la Francia e l’agognata capitale, Parigi. Comparirà due anni dopo fra i gioielli impegnati da Matilde per sostenere il cugino Luigi nella campagna per concorrere alla presidenza della Repubblica, a capo del partito bonapartista, passaggio storicamente fondamentale per la successiva conquista del trono di imperatore dei francesi.

Quale è la fine della collana nell’ultimo passaggio della storia? Matilde la tenne per sé, non ne fece dono ad alcuno da viva, avrebbe potuto lasciarla in eredita alla nipote Maria-Letizia o a una delle nipoti dello zio Luciano, principe di Canino e Musignano; ma la collana non andrà a nessun familiare, non se ne volle separare prima della morte e stabili che, dopo, fosse venduta, come se volesse tagliare il filo di una storia lunga un secolo, che lega Napoleone a sua madre e quindi a lei. Dopo il suo decesso, 1904, la collana fu acquistata all’asta da un commerciante di gioielli rumeno, tale Marcus Grumberg, per quasi cinquecento mila franchi, una cifra analoga a quella corrisposta dalle casse imperiali francesi per acquistarla cento anni prima e non sappiamo più nulla della collana di sette fili di perle, di 384 perle d’oriente, che avevano brillato al collo della regina di Vestfalia e della principessa dei salotti parigini. Con la morte di Matilde i legami della tradizione si sfilarono e “le perle ritornarono a una a una nelle sabbie della Storia”.
La villa di San Donato, il castello incantato di Firenze, perno delle memorie della dinastia dei Demidoff in Italia, con tutte le diverse ricchezze, come la meravigliosa collana di sette fili di perle scelta da Napoleone, vede sfilarsi uno ad uno i suoi tesori, la collezione di opere d’arte, gli arredi, gli affreschi dei saloni, le piante preziose delle serre e tutto il resto, trasferiti lontano in altri contesti territoriali o venduti in aste memorabili che hanno segnato la storia del collezionismo; tesori che scompaiono, anche in questo caso, nelle “sabbie della Storia” per le scelte dei proprietari, per i danni della guerra, per il disinteresse della comunità fiorentina: la città è un attore sempre presente sul proscenio dello spettacolo che va in scena per quasi un secolo, gode per certi aspetti della generosità dei geniali fabbri russi, ma sembra rimanere immobile, senza alcun interesse per quanto accade nel castello incantato.

Emerge comunque, oggi, vivo, diffuso il desiderio di conoscere, di recuperare il filo di quelle storie, che hanno un carattere unico, a volte straordinario, hanno coinvolto personaggi di grande rilievo ma anche un’intera comunità, che sono in definitiva un bene comune e fanno parte di una memoria collettiva, da salvaguardare, insomma da difendere dalle “sabbie della Storia”.

Le foto sono relative alla presentazione del libro di Roberto Mosi I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze pubblicato da Angelo Pontecorboli Editore, avvenuta il 28 settembre 2026 per la Rassegna Incontri letterari dell’SMS di Rifredi. Hanno dialogato con l’autore Clara Vella e Arrighetta Casini.









